Due

"Numero Deus impare gaudet"... [Racconto breve]

0 – Due – il due febbraio arrivato al Motel Riviera, la marina di Jesolo galleggiava nella nebbia pallida di morte – due di pomeriggio, la provinciale affettava con violenza gli appezzamenti di terra nascosta tuffandosi nel nulla, cinque metri in avanti – cinque metri indietro.
Giovanni Gori, tecnico del facchinaggio, mi accoglie con il suo sorriso pasquale racchiuso tra due lardose guance di maiale, «Dott. De Cesaris! La sua chiave. Può mostrarmi un documento?». Il Gioviale mi fece strada fino alla mia doppia al secondo piano.
Una rasata, una doccia calda e nello specchio mi compiacqui del mio rigenerato viso. La soluzione salina mi ripulì lo sguardo dalla nebbia che avevo intorno. Nuovo, con la maglietta bianca e il maglione a cerniera, fresco come mai da oltre una settimana di lavoro, ridiscesi nella hall desolata, Giovanni mi preparò un thè rosso che sorseggiai picchiettando il tempo del disco di sottofondo sul bancone di ciliegio.
La porta a vetri del Motel si aprì e richiuse facendo entrare in pochi secondi tutto il gelo dell’inverno. La ragazza, capelli scuri lucenti, entrò nella hall per prendere fiato, disarcionò il pesante zaino da 60 litri dalla schiena , poi schiantò sulla poltrona.
«Sorry madame we have no vacancies here», il gioviale Giovanni le apostrofò molto costernato, mentre io pensavo che il gioviale fosse sicuramente un assassino non avendo visto nessuno li intorno. La ragazza straniera, due archi gotici le sopracciglia, sbuffò, «Ok, I just take some relax here, than I’ll go away».
Colsi la palla al balzo per sdebitarmi con il Principale per avermi reso ottima forma dopo una settimana di sangue e sudore passata tra le fiere del nord-ovest a piazzare i miei marchingegni, così le andai vicino , due bottiglie di fresca bionda in mano.
Sorrise, un triangolo isoscele le sue labbra, denti bianchi d’avorio, «Gracias hombre!», con un sorso si scolò mezza birra, la sentivo scendere giù per l’esofago raffreddando la sua gola arsa.
Due – corpi freschi dentro la nebbia buia, lungomare di Jesolo, una panchina luci rosse basse, marea calma, lei si chiama Silvia viene da una qualche città del nord della Spagna diretta chissà dove, mi ha lasciato la promessa del suo indirizzo scritto a penna a margine di un libro di Conrad, ora che ci stringiamo e ci assaggiamo, lei sa di vento e polvere di stazione ferroviaria, e che sappiamo che domani ognuno per la sua strada, potremo anche scomparire nella nebbia intorno.

 

1- Due ore di corsa tra il Mit e il fiume Charles, osserviamo le navi veleggiare mentre il sole lento va giù. Caldo afoso di luglio, Nicole respira a fatica mentre mi corre accanto, polso stretto, coda di capelli rame che dondola, scarpette bianche, morbida falcata, gambe di gazzella abbronzate.
Costeggiamo il verde irreale del parco del MIT, poi ci spariamo il lungofiume Charles, lo attraversiamo su uno dei mille ponti mentre la brezza dell’oceano ci scuote il sudore sulle spalle, ogni tanto mi giro , lei sta dietro incede sicura, è un movimento futurista di Boccioni dentro i suoi occhi riflesso il cielo sopra l’Oceano.
Passiamo per Boston downtown, i giardini pubblici con le coppiette e i cani, le case basse in stile inglese, poi riattraversiamo il fiume, imbocchiamo il viale principale fino alla caserma dei vigili del fuoco in mattoni rossi, svoltiamo l’angolo, entriamo nel palazzo di legno leggero dalla scala tremante e i corridoi stretti, in cui trascorriamo l’estate.
Sulla veranda io bevo succo di ananas, lei scruta l’orizzonte di tetti di palazzi e mattoni mentre fa stretching poggiata sulla balaustra di legno.
La notte la passiamo sul fiume Charles a guardare i fuochi d’artificio esplodere la notte del tre luglio, torniamo a casa sbronzi di birra e tequila, la sua compagnia francese, le mie amiche di Ancona, i miei ragazzi Venezualani.

Ore due del pomeriggio – io e Nicole stesi sul lungo fiume Charles, su un prato verde irreale, osserviamo le navi veleggiare nella baia, mangiando sandwich all’aragosta.
Le famiglie grigliano carne di grossi vitelli sul lungo fiume Charles, il quattro di luglio l’atmosfera è una sagra di paese, siamo tutti fratelli con le stelle e le strisce, giovani marines e veterani in sedia a rotella, ragazzotti americani gonfi di carne all’antibiotico se la spassano nel pomeriggio caldo.

Due – corpi caldi nella penombra del lungo fiume Charles, mentre Boston placida scorre in onore del Paese – è il giorno dell’indipendenza bambina, con i suoi flauti dolci e il tamburino del soldato – non più stranieri, siamo un battito di cuore all’unisono con milioni di respiri nel parco giochi dell’America, sorseggiamo birre fresche, diamo il nostro contributo europeo alla giovane nazione, noi siamo i ragazzi della speranza, ci teniamo stretti ben consci della nostra funzione.
Ci saranno altre circostanze tra me e Nicole, dormiremo dentro un cinema a Broadway per notti guardando lo stesso film, saremo scortati da una pattuglia della polizia nascondendo un carico illegale di liquore dentro lo zaino, daremo feste nella nostra veranda, faremo il bel e il brutto tempo con i taiwanesi, i costaricani, i venezuelani, i ragazzi di Ancona, cucineremo degli osceni noodles, faremo numerose volte l’amore protetti dal sole indiscreto da veneziane di alluminio, correremo per miglia il fiume Charles fino a toccare l’Oceano, scintilleremo come due stelle tra le milioni appese al soffitto dell’America, verrà poi la fuga in treno a Parigi per rivederla l’ultima volta, ma lei sarà un’isola e io un continente lontano.
Due di pomeriggio del 4 luglio, nulla sarà mai come ora, se il tempo fosse lineare, e io ho ripassato la formula greca magica della ciclicità del tempo, la conosco a memoria e ora la sto ripetendo per stoppare il giorno e riviverlo all’infinito, ma lei mi interrompe sparandomi un sorriso sulle labbra- e allora dico addio bambina, è il giorno dell’indipendenza, nessuno ha intenzione di porta via tutte quelle altre cose che verranno.

 

2. Due luglio, una settimana di lavoro ininterrotto nel dietro di una cucina a Chicago, ho pasti messicani da digerire e chilometri per la sala da smaltire. Ho sbucciato patate, riempito dispense, affettato pagnotte, scaricato immondizia. Sono allo stremo.
Per fortuna, la festa del compleanno di non so quale figlio di quale moglie di Mike la passiamo in campagna. Smonto da lavoro presto, prima delle due, mi sbottono la camicia bianca di cotone duro comprata all’outlet, prendo aria in canotta, entro in un bolla di umidità e calore, aspetto il treno alla stazione sotto il sole rovente, salgo .Una grossa bigliettaia nera mi oblitera il ticket, venti minuti e sono fuori, stazione di provincia, fuori ad attendermi c’è Mike con il suo suv due posti scoperto. Lui, fisico imbottito di steroidi e occhiali da sole, mi saluta col suo vocione da compagnone come se ci conoscessimo da una vita «Hey what’s up paisà?».
Il posto dove abita la sua ex moglie, che ora vive con un portoricano panzuto dall’espressione da criceto, si trova nel bel mezzo di una gigantesca distesa coltivata a mais. Io mi abbandono alla fiesta tuffandomi nel mezzo di portoricani e messicani, probabili parenti e amici del marito dell’ex di Mike, beviamo Miller chiara e tequila mentre il sole del pomeriggio lento evapora la campagna e acuisce la sete.
I ragazzini scalmanati continuano a tuffarsi nella piscina urlando impazziti, io scendo in cantina a svuotare il pappagallo.
Fu allora che la vidi. M’intrufolai di soppiatto nella sala da biliardo giù in cantina in cui lei teneva banco con altre quattro ragazze.
Il vocione di Mike riempiva la sala parlottando e ridendo con il marito portoricano della sua ex e altri allevatori del Midwest. Io gli scroccai una Marlboro al mentolo, Mike mi presentò alla compagnia come emigrato italiano e fui subito la star del momento.
Lei si chiamava Julie, con mani sui fianchi snelli assassini, jeans a brandelli, canotta verde, tribale sulla spalla liscia e abbronzata, diamante sulla narice e capelli corti e castani dalle sfumature rosse. Bevemmo un paio di Corona con del lime, lei tentò invano di spiegarmi la sua parentela con Mike, figlia di cugini etc. etc., io le mostrai il mio miglior sorriso e quel che di meglio avevo, lei si fidò della mia canottiera e camicia bianca – vengo in pace ragazza.
Precipitammo di nuovo nella festa che pian piano andava spegnendosi.
Due, mani strette nei campi del Midwest, mi portò sulla torre di un vecchio serbatoio in mezzo ai campi di granturco, da lassù scrutammo la grossa arancia del sole tramontare insanguinando la pianura infinita di rosso espanso intorno. Lei gettò la sigaretta al mentolo, sfiorai le sue labbra, poi ci divorammo come due pannocchie alla menta. Il giorno ci sorprese con la luce che filtrava da una finestrella del sottoscala in cui vivevo. Lei dormiva ancora, io avevo un turno da iniziare giù al ristorante.
In quei giorni feci carriera alla svelta, divenni l’attrazione dei clienti del ristorante in cui prestavo servizio, da pelapatate passai a prendere ordini ai tavoli, per poi finire dietro al bancone del bar, mi piaceva intrattenere i vari personaggi che si avvicendavano, stappavo vino, mescevo drink, incassavo mance.
Julie si stabilì nel sottoscala con me, io taccheggiavo la spesa dalla dispensa del ristorante prima di uscire, lei cucinava pennette e vodka e beveva coca cola da bottiglie di due litri.
Rassettammo il cortile per organizzare le feste e i barbecue con le costolette, lei era allegra tutto il tempo, rideva come se non ci fosse niente di meglio da fare. In quei giorni conobbi le due madri di Julie, nata da una maternità surrogata, sorseggiamo del succo di mele nel mio cortile parlando del più e del meno.
Il padre di Julie lavorava in Iraq, ma non faceva il soldato, ci teneva a precisarlo, mentre l’attuale compagno della prima madre faceva il camionista nel deserto del Nevada e di lui mi raccontò le mille avventure passate sulle highway.
Mi ci volle poco per comprendere che Julie era la ragazza del 2000, aveva un cuore che cavalcava a ritmo elettrico, sfondava prepotentemente tutti i luoghi comuni, era moderna e tradizionale allo stesso tempo vera e viva e scorreva rapida nei giorni fottendosene del contingente.
La sua risata annientava tutte le paure di un ometto come me, lei era vita sgorgante da ogni poro della sua pelle, Julie – la ragazza del duemila – prototipo del principio della femminilità, il profumo del suo collo avrebbe disorientato qualsiasi conflitto, guerra, crisi economica, lotta di partito e terrorismo che da lì a poco sarebbero sopraggiunti.
Ora che siamo due, io e lei, alle porte di questo fine settembre, ci divoriamo come due pannocchie nel Midwest che muore. Più tardi, quando lei avrà lasciato questo aeroporto e la pioggia cadrà incessante contro i vetri del gate come schegge di un cuore a brandelli, io, ragazzo di confine, andrò in giro pazzo per la notte.

 

Giancarlo Pitaro

 

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