Il dolore nel tuo nome

In memoria di Dolores O'Riordan

Dicono che passi.
La vita, la moda. Il dolore.
Ma non Dolores. Spero di no.
La incontrai nel 1994.
Avevo 12 anni.
Era dannatamente bella. La sua voce intendo.
Pagavo volentieri 500 lire per alimentare quell’avido Jukebox, anziché alimentare il mio corpo di un ghiacciolo ristoratore, in quell’agosto così assurdamente caldo.
«Non monopolizzare ‘sto Jukebox», mi facevano i miei amici.
Ma non li ascoltavo, la mia Sirena era lì, pronta a cantare la sua melodia.
Peccato non capissi minimamente cosa stesse dicendo.
Capivo solo la parola “Zombie“.
Ed era l’unico momento in cui me la cantavo nella testa.
«In your head, in your head, zombie».
Ma io non lo sapevo. Giuro.
Non lo sapevo si parlasse di bombe.
Di guerra.
Giuro, non lo sapevo.
Lo venni a sapere circa 10 anni dopo. Quando rimaneva una delle mie canzoni preferite, e lei ancora una delle voci che mi faceva sognare.
Dreams.
Ecco.
Ecco non so bene cosa. Perchè non sai mai bene cosa pensare in certi momenti.
Ti rimane quel cazzo di amaro in bocca, quel retrogusto di, come dire, medicina? Merda?
Non lo so bene.
Non lo so.
Eppure so che lei era la mia Salvation, la mia uscita dal quotidiano.
Placava la mia rabbia, il mio Animal Istinct, e lasciava viaggiare la mia Imagination meno sola.
Mi accompagnava. Ecco, mi accompagnava tenendomi per mano tra le mille Promises che mi facevano e che non mantenevano.
Ecco si.
Dicono che passi comunque.
Gli amori, la rabbia, la tristezza, la delusione.
Ma alla vita che passa non riesci ad abituarti.
Ed il dolore è una cosa brutta da gestire.
Perchè la vita non si ferma, passa appunto, dicono insieme al dolore.
E Dolores portava nel suo nome quel dolore che però non se ne andava, figlio di violenze subite quando dovresti solo pensare a giocare.
E forse proprio questo mi avvicinò a lei. Perché quel dolore si sentiva. Dal suo modo di cantare. Da quella voce che cercava libertà, in una Irlanda degli anni ’90 piena di Ira.
Ecco, libertà. Salvezza. Promesse. Sogni. Zombie. Il passo è breve.
Avrei voluto essere brillante oggi, simpatico.
Ma mi è passata la voglia di esserlo.
Se n’è andata.
E con lei una parte di quel bambino che nel 1994 urlava “Zombie” davanti ad un Jukebox, senza neanche sapere di chi fosse quel dolore così profondo.
E che oggi si chiede “perché?”.
Dicono che passerà. La confusione, la malinconia. La mancanza di risposte.
Ma la musica, la sua musica, quella no.
Quella no.

 

Matteo Madafferi

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