Dervisci Mevlevi per l’italiano medio

Gli effetti collaterali del teatro come invasione dello spazio... Paesi che vai, ‘modi di fare’ che trovi..

È  una sera qualunque di un dicembre spento, arido di vita e con tassi di umidità oltre la media: decido di uscire. Anche se non ne ho voglia, anche se il freddo mi taglia la gola, anche se è una di quelle notti in cui vorresti solo litri di cioccolata calda e coperte oppiacee in cui avvolgerti.

Lo scelgo tra tanti (non è vero, ma sarebbe bello): un raro, inaspettato, spettacolo di dervisci rotanti. Se non avete idea di cosa sia un ‘derviscio rotante’, potete smettere di leggere e accendere la Tv, o aprire mente e Pc, cliccando il buon vecchio Wikipedia, che da buon saggio onnisciente, vi dirà: «Col termine derviscio si indicano i discepoli di alcune confraternite islamiche che, per il loro difficile cammino di ascesi e di salvazione, sono chiamati a distaccarsi nell’animo dalle passioni mondane e, per conseguenza, dai beni e dalle lusinghe del mondo. Si tratta di un termine afferente a molte generiche confraternite islamiche sufi: i dervisci sono asceti che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani». E bla, bla, bla… le solite due cagate da sapere assolutamente “tanto per avere un’infarinatura generale della cosa” che, probabilmente, vi farà fare una discreta figura alla prossima cena tra amici. L’essere sommario e mediocre: sempre idolo dei nostri tempi. Daje!

 

Entro nel piccolo teatro e mi siedo, da sola, con aria indifferente-malinconica, come “vera principessa prigioniera del suo film”. Alexander Platz docet, grazie Battiato.

Silenzio. Macchie bianche su un palco nero. Gesso sparso per non scivolare. Lunghi lamenti cantati. Qualche flauto. Il fruscìo delle gonne ampie che iniziano ad alzarsi piano, lente. Si medita su musica sufi. Il sibilo silente dei piedi coperti che sfiorano le tavole di legno pesante. Silenzio, si sente solo il silenzio.

Sulla scena uomini brutti, ma brutti brutti, abbiate pazienza. C’è da dirlo e senza offesa; quel brutto neutro, quasi insulso, come fossero creati per mimetizzarsi tra queste pesanti e altrettanto neutre vesti mantriche: uomini che, appena distolto lo sguardo, non riconosceresti mai. Che cosa singolare. Sono solo particelle di un meccanismo universale. Solo atomi appannati di un organismo superiore. La mano destra verso il cielo, la sinistra verso la terra: mezzi di comunicazione tra due emisferi. Nient’altro. Uomini-Tramite. E quelle gonne pure, quelle onde morbide. Curve delicate simili al grembiule delle elementari: da piccola, stavo minuti interi e lunghi come ore a fissare il vuoto rigirandomi tra le dita quelle onde di tessuto. Qui le rivedo amplificate all’unisono. Pianeti che ruotano intorno al sole. Ordinati, ruotano. Semplici, ruotano. Controllati, ruotano. La tolleranza, la pulizia d’animo, il rispetto insegnano.

Però… qui siamo in Italia, sapete? Non in Turchia, dove respiri aria sacra e meditabonda. Qui siamo in Italia, e di sacro c’è solo la mamma e la macchina nuova. Eh si, qui siamo in Italia, in Toscana, maremma majala, a Firenze, bella la mi’ Firenze, e la gente ha da esse’ gente, e l’omo ha da esse’ omo e ha da esse basso e triviale di spirito, perché se no che omo è? Di’o bene, nini?

 

Sento rumoreggiare, discorsi su “Ecche è un sufi? Ma chi so’ sti sufi”. Qualcuno prende dalla tasca il cellulare per controllare se è spento e, avvicinatosi al compagno di merende, lo apre e lo chiude, lo riapre e lo richiude, e s’illumina e si spegne, e s’illumina e si spegne. E allora a tutti sorge il dubbio di aver lasciato il telefono acceso: e allora tutti a prenderlo e a controllare, in una sala teatrale ormai scoppiettante di trilli, suonerie e luci Nokia o iPhone. C’è anche chi, probabilmente credendo di non uscire vivo da qui, fa l’ultima chiamata o manda un veloce sms a chi lo aspetterà a casa, fuori da questo teatro e lontano da questi strani sufi. Ormai è giorno fluo in mezzo a noi e il tic-tic gommato dei tasti del telefono e il tac finale della chiusura fanno da sottofondo alle gonne rotanti sul palco. Ma c’è di più, perché mica sappiamo raggiungere il fondo noi… no, noi ce ne freghiamo del fondo, noi lo superiamo il fondo, a noi, il fondo, “ci fa una sega”, soprattutto quando siamo in presenza di “forestieri”, come direbbe Totò. E allora senti un telefono che squilla all’improvviso, quello dell’unica persona che non ha controllato alacremente di averlo spento, e subito dopo la risatina e la stupida battuta per mascherare lo stupido imbarazzo di uno stupido spettatore.

E poi c’è il bip-bip delle macchine fotografiche corredate da flash della Nasa. Utile, alle volte si volesse immortalare anche quella macchina là, a fine autostrada, al casello Pisa Nord. Accendi-spegni-accendi-spegni. “Pare la sera de fo’hi d’artificio”, direbbe la mi’ nonna. Nessuno guarda cosa succede su quel palco: metà della sala è disperatamente alla ricerca della perfetta “foto ricordo”. Ricordo di cosa, poi? Di qualcosa che non ricordi perché eri impegnato a creartelo su pellicola-digitale, “il ricordo di quel ricordo“. La memoria-mente non ci serve più: la memoria ci mente e non ci serve più. Ricordiamo solo attraverso filmati falsati, grazie ad agende o post-it gialli, a immagini ferme, spesso molto più belle dell’esperienza vissuta. La cerebrolesione culturale, che bella, no?

 

La mia ex professoressa di “Storia del teatro inglese”, donna brutta più di questi dervisci ma estremamente affascinante e di beckettiana memoria, affermava che anche gli effetti collaterali del teatro, gli effetti disturbanti che io tanto odio, fanno parte dello spettacolo. Quelli che acuiscono e si scontrano con i miei disturbi dell’attenzione: che non sono uno, ma tanti. Sì, proprio quelli, anche quelli sono necessari allo spettacolo: rumori velati, colpi di tosse, commenti banali, critiche a caso, “Mi scusi, devo passare”, sbadigli, click fotografici, sospiri, mani sulle ginocchia di un altro e tue occhiate laterali per vedere se la mano sale, “Ma che ha detto?” “Non si sente nulla…”, assenze mentali,  pipì trattenute, “Dopo si mangia una pizza?”, voglia di essere altrove, sguardi allucinati, sbadigli annoiati, “Che ha detto?”, risatine idiote, jeans sbottonati, pop corn per terra, “Mi sa che ho messo male la macchina…”, smania alle gambe e fame improvvisa, “Domani è lunedì: porca troia”.

Tutto, ma proprio tutto rientra nel costo del biglietto e dà quel tocco in più alla visione. Ma io no. Non sono mai stata d’accordo, ho sempre sognato una stanza ovattata e sterile di rumori altrui. L’invasione dello spazio, sia esso vitale, acustico o mentale, non è roba per me.

 

Ma a volte l’umanità è più clemente, più vicina ai miei gusti, più elevata. Ho visto lo stesso spettacolo a Istanbul. In una sera di veri fuochi fatui. Fuochi caldi, però: arancio, oro, rubino e porpora. Sabbia polverosa appiccicata su corpo nudo. Agosto e luci lontane in una notte lontana. E sulla spiaggia c’era il silenzio. E le persone guardavano ad occhi chiusi. Sentivano ad occhi chiusi. Ballavano ad occhi chiusi.

Piede destro avanti, incrocio e giro.
Piede destro avanti, incrocio e giro.
Piede destro avanti, incrocio e giro.
E ruotare, ruotare, ruotare…
Ruotare all’infinito. Ruotare nell’infinito.

Assalam-o-alikum“.
Wa alaikum assalam“.

 Romina Bicicchi

 

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