De amicitia

Breve racconto su un'intervista a Michel de Montaigne

Uno slargo e dall’alto una torre proiettava la sua ombra lungo la strada di accesso.

Era il 1578, Etienne de la Boètie non c’era più da quindici anni e Montaigne, sì Michel de Montaigne leggeva nella biblioteca al terzo piano del suo castello. La stanza era circolare con tre grandi finestre, dalle quali entrava il soffio dei venti, gli odori degli alberi e, due volte al giorno il suono dell’Ave Maria. Fece iscrivere sulle travi del soffitto alcune sentenze classiche, in modo che ora proteggessero, ora deridessero dall’alto il suo lavoro di commentatore dell’universo.

Un intervistatore immaginario, riuscendo a violare il suo luogo di raccoglimento, decide di intrattenere con lui una conversazione sull’amicizia, facendosela spiegare.

 

INTERVISTATORE: Sentite, è molto tempo che vado arrovellandomi sul significato dell’amicizia, quella vera s’intende. Sapreste dirmi se esiste? E se esiste come la si riconosce?

MONTAIGNE: Voi cercate qualcosa che non si può trovare mio caro…

Disse sollevando il capo dal “De rerum natura” di Lucrezio, che richiuse e appoggiò accanto a sé.

INTERVISTATORE: Non si può trovare? Non capisco…

MONTAIGNE: Eppure è facile, certe cose non si possono trovare poiché non si cercano, ma si incontrano.

INTERVISTATORE: E voi l’avete incontrata?

MONTAIGNE: Sì l’ho incontrata…

INTERVISTATORE: Parlatemene vi prego, ditemi che cos’è la vera amicizia.

Il filosofo sollevò lo sguardo e con i gomiti puntati sul tavolo giunse le mani.

MONTAIGNE: Vedete i miei amici ora sono loro, i libri: Erodoto, Plutarco, Lucrezio e Sofocle rivivono nelle loro opere. Dopo Etienne non c’è stato più nessuno, l’ho scritto anche in uno dei miei saggi.

INTERVISTATORE: State parlando di Etienne de la Boètie?

MONTAIGNE: Sì proprio lui, non credo che l’abbiate conosciuto. Era un giovane brillante e capace, la nostra amicizia durò intensissima cinque anni e fu un vero e proprio amore, diverso da quello che si intende abitualmente ma pur sempre amore.

INTERVISTATORE: Come l’avete conosciuto?

MONTAIGNE: L’ho conosciuto leggendo il suo “Discorso sulla servitù volontaria”, un libretto che è passato per le mani delle persone d’ingegno, raccomandandosi per i suoi grandi meriti. Sono molto legato a quest’opera poiché mi fece conoscere per la prima volta il suo nome, avviando così quell’amicizia che abbiamo nutrito tra noi, finché Dio ha voluto, così completa e perfetta che certo non si legge ne sia esistita un’altra simile e, fra i nostri contemporanei, non se ne trova traccia alcuna.

INTERVISTATORE: Credo che pecchiate di presunzione…

MONTAIGNE: Perché ancora non vi ho spiegato di che si tratta, abbiate pazienza. L’amicizia di cui parlo non si fonda su una semplice dimestichezza o familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio. Nell’amicizia di cui parlo vi è fusione…

INTERVISTATORE: Fusione?

MONTAIGNE: Sì, compenetrazione di due anime, due anime che si immergono l’una nell’altra fin nel profondo delle viscere.

INTERVISTATORE: Un po’ come quello che affermava Aristotele: “L’amicizia è un’anima in due corpi”.

MONTAIGNE: Esatto. Il punto è che quando si incontra un’amicizia totalizzante come quella che mi ha avvinto ad Etienne non si ha scampo, ci si convince che è una forma d’amore.

INTERVISTATORE: Una forma d’amore? Di quale natura?

MONTAIGNE: Quella più alta, svincolata dagli impulsi primari e da ciò che vi è di carnale. Vorrei che comprendeste che quando parlo di amore amicale intendo quello che inerisce due anime.

INTERVISTATORE: Credo di aver capito…

MONTAIGNE: Le nostre anime hanno camminato così unite, si sono considerate con affetto tanto ardente, e con pari affetto si sono scoperte l’una all’altra, che non solo io conoscevo la sua come la mia, ma certo mi sarei più volentieri affidato a lui che a me stesso.

INTERVISTATORE: Dunque la vera amicizia prescinde dalla materialità?

MONTAIGNE: Vedete io ho sempre creduto che dell’amico dobbiamo possedere l’anima non il “corpo”. È un antico insegnamento di cui ho fatto subito tesoro.

Il filosofo si levò lentamente volse lo sguardo verso un incunabolo e lo prese, erano le “Lettere a Lucilio” di Seneca.

INTERVISTATORE: E’ da Seneca che discende questo insegnamento?

MONTAIGNE: Sì, ho imparato che l’amicizia vera è disinteressata e si gode a misura che la si desidera, e si innalza, si alimenta e cresce solo godendone, in quanto è spirituale e l’anima si affina con l’uso.

INTERVISTATORE: L’anima si affina con l’uso… (ripeté pensieroso a fior di labbra)

MONTAIGNE: Proprio così, Etienne era dotato di una finissima anima nella quale mi specchiavo e vedevo tutt’intero me stesso.

INTERVISTATORE: Una tale amicizia non è terrena e la sua essenza è destinata a durare oltre le umane limitatezze. Vi ritengo un uomo fortunato…

Disse l’intervistatore alzandosi…

MONTAIGNE: Fortunato e sfortunato ad un tempo mio caro, poiché ora la sua assenza mi prostra…

INTERVISTATORE: Sognatelo allora, i sogni sono una grande invenzione e per sognare non è necessario addormentarsi.

MONTAIGNE: Non c’è sogno che possa supplire al miracolo di un’amicizia in cui si dona anche quello che non si ha. E se avete la buona sorte di credere che la morte è spegnersi in una forma e rinascere in un’altra, siete benedetto da Dio. Altrimenti siete condannato ad un dolore che il tempo lenisce ma non estingue.

A distrarre gli interlocutori intervenne un refolo improvviso, alcune carte caddero a terra sparpagliandosi dattorno. Si salutarono cordialmente e l’un l’altro non si rividero più.

Giuseppe Cetorelli

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