Cristo si è fermato a Tel Aviv

Report esistenziale dal confine con Gaza (Part. 3)

.«Cazzo! Hai visto quell’esplosione?» chiedo a Ruben, olandese e mio compagno di sventura. Un grosso fungo nero si eleva dal suolo. La mente vaga alla ricerca dell’immagine precedentemente vista ed immagazzinata. La “libreria” di ricordi si ferma su film e documentari: Hiroshima, Nagasaki, film, Rambo, salvate il soldato Ryan. L’esperienza diretta è stata brutale. Diversa e brutale. Il parabrezza non è lo schermo LCD di casa.

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GAZA

Mentre la macchina si avvicina al Gate di Betlemme, il mio pensiero ritorna alla chiacchierata della notte precedente con Emanuele, italo israeliano di Tel Aviv. Ho girato la città in motorino con lui. Intorno a me molti giovani per le strade, ristoranti affollati e la sensazione di un centro in rapida espansione, con grattacieli da far invidia a Miami. Era un martedì qualunque. La percezione che hai ti spiazza, soprattutto provenendo da un paese così rigido qual è l’Italia. I sogni, in quel luogo, sembrano realizzabili. Locali e pub per tutti i gusti si alternano a pizzerie napoletane (vi assicuro che anche il gusto è identico alla nostra pizza). La città non dorme mai. «La media età di Tel Aviv è di 29 anni -mi spiega Emanuele- normale che molto del bussiness sia legato ai giovani».

 

Mi fermo al posto di blocco per Betlemme. «Documento!», occhiataccia del soldato, solite domande di rito: «Chi sei? Cosa ci fai qua? Quanto stai?». Solitamente quando pronuncio la parola “italiano” i sorrisi si allargano ed il tono si fa meno inquisitorio. Mi chiedo se ci considerino innoqui, simpatici o semplicemente marionette da prendere per il culo. Passo il gate ed avanzo verso l’ospedale della Caritas a Betlemme, Cisgiordania.

Ritorno con i miei pensieri alla chiacchierata della nottata precedente. Nella mente una considerazione fatta durante il tour panoramico della Tel Aviv by night.

Il popolo ebraico ha subito nelle epoche passate qualsiasi tipo di discriminazione e privazione, arrivando persino ad essere vittima di camere a gas e campi di concentramento. Un popolo senza terra, recitava qualcuno di cui mi sfugge il nome. Un popolo unito, nonostante la diaspora, dal comune concetto di religione. Italiani, inglesi, svedesi, americani, russi, tedeschi, slavi e argentini, ma pur sempre ebrei nei ricordi e nelle tradizioni.

Ora che la terra c’è e si chiama Israele, il popolo ebraico ha forse sostituito il collante religioso con quello di Stato, giungendo ad un nazionalismo protettivo? È possibile che gli israeliani imbraccino con così tanta fede le armi per proteggere il benessere acquisito? Vivi e combatti in una terra di confine. Abbracci il fucile 18enne e lo lasci a 21 anni. In tre anni sei un uomo, in tre anni sei maturo. “La leva non è obbligatoria, la leva è un’onore“, quante volte ho sentito questa frase.

Tuttavia, più che una guerra di religione mi sembra una guerra di economia e più che di economia di capitalismo. Il mercato chiede nuovi mercati in cui espandersi ed il Medio Oriente non è un mercato vuoto. Il confine di guerra non è quello siriano, secondo il mio modesto parere è un confine di civiltà refrattarie al modello unificante. Cinismo, nessun buonismo, d’altronde anche noi occidentali abbiamo combattuto, e attualmente lo facciamo, per difendere il nostro status quo. Non mi sento su un gradino più alto. Le critiche le lascio ad altri.

Superata una curva arrivo a destinazione. L’ospedale pediatrico, bianco immacolato, sembra un’oasi di pace nella polverosa città natale di Gesù Cristo. La suora che mi aspetta lavora da ormai sette anni in Palestina, dedicando la sua vita ai bambini… i bambini..

Davide Lemmi

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> Part. 1: “La seducente attrazione della guerra

> Part. 2: “Le conseguenze accettabili della morte

> Part. 4: “Betlemme: a 500 metri dall’inferno!

> Part. 5: “Immagina, puoi…

 

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7 Comments

  • già!!! oggi le guerre le fanno nel resto del mondo con le banche e le crisi economiche, e a casa loro, che poi non è la loro, con le bombe!

  • Vista come sta andando la situazione adesso – parlo della possibilità di una terza intifada – la “guerra” in casa sta arrivando anche per gli israeliani. Politicamente penso sia una vittoria (tardiva, ma importante) di Hamas…far sollevare i Territori e gli araboisraeliani è la prova di forza che cercavano. Non entro in merito sulla globalizzazione dei conflitti. Posso aggiungere che voci libere e testimonianze oculari come quella di Lemmi ci vorranno sempre di più.

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