Cristina Donà @Rocksteria Music Brunch

Cose che cambiano sotto le parole silenziose

Sono cambiate tante cose e settembre è sempre il mese giusto per capirlo. Questo Cristina Donà lo sa bene, ci ha scritto una bellissima canzone che io ascolto a tutti i settembre dell’anno. Però oggi non la canta, anche se è tra le più gettonate dal pubblico presente a cui la signora si offre di esaudire i desideri. Fa niente, fa bene. Praticamente siamo ad ottobre ed è cambiata pure lei, c’è già aria nuova e tra un po’ ve lo dirò.

Tanto per capirci vi dico che siamo a un nuova puntata di Rocksteria, ospitata dalla bellissima Locanda dei Matteini, dove ero stato esattamente un anno fa.
Capirete che la gratificazione di uno scribacchino raramente si esprime nel tintinnio della pecunia; principalmente si concentra nella condivisione del proprio elettrocardiogramma e nei commenti di ritorno di chi legge (love love love). Però scrivere di Rocksteria ha un valore aggiunto, anzi due: prima di tutto si può godere di un concerto intimo e di una chiacchierata spensierata con un artista a portata di mano, dolcissima rarità. In secondo luogo, ma non troppo da meno, c’è un pranzo a buffet meraviglioso, roba che uno arriva e mentre mangia conosce tanta gente e lentamente capisce cos’è quell’atmosfera che i più navigati chiamano domenica, roba che neanche ci pensi e già è finita in filigrana nella scrittura. Tutto questo in cambio di un articolo che magari si scrive in un’oretta per dire quattro fregnacce o, quando uno è bravo e caro come me, molto molto di più. E sarà un articolo che lascerà una testimonianza eterna di ciò che è stato a imperitura memoria nei secoli dei secoli. Un piatto di pasta lo vale sempre. Proprio pensando questo si entra, e subito me la trovo davanti.

 

È proprio Cristina Donà, solo che molto più alta. L’ho vista tante volte, le voglio quasi bene ormai, ma non eravamo mai stati «Così vicini». Nella mia capoccia è sempre la stessa giovanotta di dieci anni fa, ma gli occhi mi dicono il contrario. Le cose cambiano. Se vi dico che è cresciuta non mettetevi a fare i maligni, subito a pensare che ormai ha una certa età e che deve stare con gli occhiali da sole anche all’interno perché non riesce più a smaltire in fretta i bagordi della sera prima che le si appendono alle borse sotto gli occhi. Certo, non è più una ragazzina, è una donna, ormai. Ma vi dico di più: è una mamma, adesso. E quando uno scrive e compone non è roba da poco.

Con lei c’è il fido Saverio Lanza, coautore e produttore del disco precedente, “Torno a Casa a Piedi“, che sta per perdere il treno e ci intravedo le origini di quel titolo. Poi li vedi insieme e sembrano due ma sono molti di più. Perché lui può suonare la chitarra e il pianoforte e aggiungersi in coro, lei oltre alla chitarra ha sulle labbra una sezione ritmica e una tromba alla Robert Wyatt che costringe Federico Fiume, organizzatore della rassegna insieme a Raffaella Mastroiacovo del “Wild Brunch“, a esclamare madido e sconfitto: «Lei con la bocca fa delle cose incredibili». E io (non fate gli sciocchi!) quella bocca la conosco abbastanza, tante volte indagata con le orecchie, ed è vero, sa essere incredibile… ma non è la stessa che conoscevo. Forse avevo accennato qualcosa a proposito del fatto che qualcosa cambia…

 

Infatti, ecco, la voce è diversa, ha dei colori più quieti, mescolati a una ruggine di corde da signora navigata, una che non le avevo mai sentito. Lanza me lo conferma, dice che la sonorità di questo disco è stata costruita intorno a questa nuova vocalità, più intima, più delicata. Dopo che Cristina –le voglio quasi bene– trafigge i presenti con i suoi trascorsi (“Goccia”, “Stelle Buone”, “Più Forte del Fuoco”, “Invisibile”, “Nel Mio Giardino”), arriviamo a noi, al tanto atteso oggi.

Così Vicini“, singolone omonimo del disco, inizia nell’incertezza della stessa Donà che non ha ancora bene i pezzi sotto la lingua (consolatorio per tutti i mortali che aspirano alla sua gola) e finisce tra gli applausi del numeroso pubblico. Non i miei.

«..La mente mia ricorda le corse nei cortili
l’immenso brivido dei tuoi respiri
Seduto sotto a un albero che dici
tutto è possibile se stiamo vicini, così vicini…».

Mi sono perso qualcosa. È il mio solito fastidioso cinismo che borbotta o è proprio un pezzo che non mi dice niente? Quando arriva il ritornello arriva anche la risposta: «È solo un emozione quella che ci muove». No, è proprio il pezzo che è brutto.  Non pone nessuna questione, non aggiunge nulla e può andar bene magari alle buone forchette, quelli si mangiano qualsiasi cosa gli proponi.

Vediamo di capirci, io non sto aspettando un nuovo  “Tregua“, tutto ulcere e coltellate. Ho amato molto anche le ultime cose. “Torno a Casa a Piedi“, nonostante facesse perno sulla banalità della quotidianità, è meraviglioso forse proprio per questo (provateci voi a mettere i sofficini in una canzone e farla uscire un capolavoro). Ma poi è successo qualcosa, e il nemico è sottile. Parlano di spiritualità che a una certa età becca tutti gli artisti che sono sopravvissuti ai ventisette anni, di un dialogo col divino intrinseco in un ogni tu del disco.  E io sono contento, bisogna sondare l’infinito nella vita. Qui, però, la faccenda è un’altra, in nemico è un altro: la soddisfazione.

Una cantautrice in forma e con un compagno al fianco e un figlio appena offerto al mondo potrà dialogare con la mia frustrazione di ancora per pochi giorni ventinovenne che sta là là per sfracellarsi contro un mondo che satolla solo gli anziani che hanno pasteggiato con il mio futuro? Ti prego, se mi vieni a dire «tutto è possibile se stiamo vicini» capisci che ci credo poco, non stai considerando che l’emozione che muove la mia generazione è la disperazione. Voglio speranza, sì, ma non da favoletta. La voglio sincera, onesta.

 

È questo che sento mentre portano via tutto il cibo avanzato rimasto a corto di denti, mentre sparecchiano i tavoli congelati da qualche prenotazione non ottemperata. Oltre la foresta di tablet e cellulari che mi divide da Cristina (perché tutti i momenti della propria vita devono essere filmati e fotografati per quando avremo a disposizione un’altra vita per poterli riguardare tutti) resta una speranza, e sono i pezzi che mancano, gli altri inediti del disco.

E allora vengo punito della mia malizia, perché Cristina (per questo le voglio quasi bene) è una femmina viva, a tratti più viva che femmina. Mi rimprovera raccontandomi che «il senso delle cose si racconta con parole silenziose» e quello che non ha ancora detto pesa molto di più di quella canzonaccia che ha mandato in avanscoperta. Perché sgorgano all’improvviso brani veramente accesi, onesti. Pronuncia «Il tuo nome», mica invano, e finisce colpendomi duro quando insiste nel dire che «Siamo ancora vivi». E allora lo capisco anche io che è ancora viva, per fortuna. Finalmente mi rilasso: lei è sempre lei, anche per questo le voglio quasi bene. Questi brani non ve li svelo, la bellezza bisogna andarsela a cercare o perde di valore, ma le parole silenziose che nascondono sotto sono che forse, dopotutto, non è solo la disperazione il motore dell’Arte. Mi lascia odorare che, oltre i nebulosi quarant’anni per me ancora all’orizzonte, c’è una vita da scoprire che merita di essere cantata e vissuta senza quella pedante gravità che ci mozzica la gola; la sensazione è che si possa vivere persino di gioie a volte, anche se sembra abbastanza complicato. Ma si può imparare. Perché, anche se ancora non ve l’ho mai detto, qualcosa cambia.
O no?
Le ultime note sono il dubbio, e per questo io, a Cristina, le voglio proprio bene: per tutte le volte che mi aiuta a mettere a fuoco la vista e mi sussurra che tutto questo cambiare, forse, è solo una mia immagine…

«…L’incanto è lo stesso
perché niente è cambiato
anche se tutto sembra diverso».

Matteo Mammucari

Foto: Sofia Bucci

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