Crescere o Invecchiare – La Morte, Bowie e il Settimo Sigillo

Come sopravvive (male) alla morte e alla vita un’esistenzialista pentita

Io non ho molti ricordi della mia infanzia, ma quelli che rimangono sono vividi, brevi e intensi come uno shot di vodka alle otto di mattina.
Sento l’odore delle matite nell’astuccio, quello della gomma fresca sbriciolata e dei suoi trucioli ai lati del foglio, quello della mortadella nella rosetta perché non siamo ancora tutti vegetariani, della colonia del nonno che impregna tutta casa. Ho sulle mani la pelle morta del vinavil, sento l’Uniposca secco tra le dita, il dolore dei regoli sotto i piedi quando cammino scalza per casa, e il grembiule soffice e le sue onde sulle gambe nude, in primavera. Vedo mio padre che scende dalla macchina per fare benzina e penso: “È bravissimo, chissà come fa…”, rubo caramelle nelle alimentari e credo di essere Lupin, anche se Jigen è il più fico di tutti.
Sono nel giardino della scuola, alle elementari, quando fa caldo e le maestre mi fanno uscire per la ricreazione e io, con il mio piumino rosso pallonato di plasticona anni Ottanta e la felpa Best Company verde scuro, sembro l’omino Michelin vestito male. Sento la testa inquieta nei giorni in cui le maestre mi dicono che si esce, mentre immagino evasioni strategiche da galeotto che mi faranno scappare dal giardino sporco di una scuola di quartiere per portarmi nel Bronx di una cittadina di provincia. E allora mi aggrappo disperata ed euforica a quel muretto di cemento a grate ruvide, porose e verticali, che ho accarezzato milioni di volte, e avvinghiata a quel cemento, insieme ai miei compagni di sventura, urlo ai passanti: “Oh! Io sono qui, eh! Guardatemi! Nel giardino della scuola… ed è ganzissimo!”. Mi sento un vero leader mentre sogno chissà quale vita alla fine della scuola, alla fine delle grate di cemento, alla fine della mattina: poi il suono della campanella mi riporta inesorabilmente in classe, ma con la speranza messa da parte, nella tasca del grembiule con qualche caramella, pronta per domani.
L’euforia, poi, esplode, se le insegnanti mi dicono: “Domani andiamo in gita”. La gita: una mattina fuori, in quel mondo estraneo e sconosciuto che vive anche di mattina, che vive anche se io non ci sono, che vive anche se io sono rinchiusa in questa scuola insieme ad altri reietti che, come me, vivono la mattina solo la domenica mattina, una mattina inutile, di festa, in cui ti tocca pure andare a messa, confessarti e mangiare quella carta che dicono essere il corpo di un certo Gesù, che schifo. Le mattine feriali hanno tutto un altro sapore, invece, un sapore che gusto anche da adulta, adorando il lunedì come la Maddalena adora il Cristo sulla croce. Chissà cosa accade mentre io sono in questo cubo di cemento istituzionale, mi chiedevo da piccola, chissà che cosa fanno, come vivono, dove vanno… una domanda che mi sono posta fino all’ultimo giorno di scuola. Poi, la dura realtà: chi ha un lavoro, lavora; chi non ce l’ha, è disperato. In ogni caso, dopo la scuola, son cazzi amari per tutti.

Che dire, anche oggi, vorrei sentirmi libera, bella e selvaggia come quando andavo in motorino senza casco. Che sembrava tu andassi a 190, mentre facevi 45 perché avevi bucato la marmitta. Polini&Malossi, l’adesivo preferito. Libera, bella e selvaggia come quando rubavo il Fifty Malaguti al mio ragazzino, perché mi sentivo “Rebel Rebel”, e invece col mio Sì Piaggio dalla sella lunga ero solo una quindicenne poco alternativa. Perché io ascoltavo già Ramones e Sex Pistols, mentre mangiavo pane e salame, mica cazzi. E poi invece cresci. Cresci e poi invecchi. E iniziano gli anni con la T di Torino. I trenta. I trentatré. I trentaquattro. I trentasette. Senti quante T in sette e poi in otto, e si scandiscono tutte queste T, mentre le fai battere e controbattere, con rabbia e cattiveria, tra il palato e gli incisivi.
Crescere è quasi dimenticare il primo bacio, rubato fuori da un cinema e le mille paranoie dei giorni seguenti “perché io non so baciare!”, “Ma è logico, era il tuo primo bacio!”, “Lo so! Ma prima dovevo imparare, fare delle prove! Studiare! Capire bene la dinamica!”: ed eccola là, un’altra perfezionista con seri disturbi ossessivo-compulsivi. Crescere è vedere il tuo corpo che cambia (il vostro, non il mio, che si mantiene alla grande), è sentire la stanchezza nelle mani, negli occhi, nei nervi, nei muscoli, è aver bisogno di dormire e non riuscirci per il troppo stress, è l’aver bisogno di ritrovarti ma l’essere ormai a millemila chilometri da te stesso, è respirare corto corto e sorprendersi quando senti i polmoni che si allargano. Crescere è iniziare a vedere le prime rughe (sempre le vostre, non le mie), i primi capelli bianchi (ancora i vostri e smettetela di fare insinuazioni su di me), è non sentire più troppe farfalle nello stomaco e il non avere troppi grilli per la testa (una metamorfosi kafkiana degli organi interni). “Come mi sento vecchio! E come mi sento inadatto ad esserlo!”, diceva Maurice Pialat a Gérard Depardieu in “Sotto il sole di Satana”. Non è così per tutti? Lo è per me e lo è da quando ho vent’anni… figurarsi che succederà a quaranta.

Crescere, dice. Eh, crescere significa iniziare a sentire dei ragazzini che ti danno del lei, correre a fare la lavatrice e apprezzare le giornate di sole perché i panni ti si asciugano, pagare le bollette e un affitto, avere il giorno libero e dire che andrai a fare la spesa, e soprattutto significa non ridere più a tutte le battute dei Simpson (ma se ancora ridete con i Griffin, allora c’è speranza). Crescere è avere meno tempo a disposizione, trovare irritanti gli adolescenti con i brufoli e gli ormoni tra le sinapsi, è odiare le ragazzine idiote che si fanno una foto (non dirò mai “selfie”) a ogni cambio rossetto per farlo sapere al mondo. Crescere significa, dopo un po’, invecchiare. Crescere è un po’ come morire ed è morire poco a poco.
Ci sono individui tanto solidi e tanto fragili che, nel crescere, cercano di rimanere (quasi) impassibili alle gioie e alle disgrazie della vita. Si direbbe quasi che vogliano rimanere insensibili agli eventi che, purtroppo o per fortuna, accadono. Individui che resistono indifferenti e misantropi a forti venti esistenziali, a tempeste ormonali, a piogge disperate, a nascite, lutti, felicità o dolori: sono quelli che al massimo ti danno una pacca sulla spalla quando avresti bisogno di un’orgia d’amore tra due braccia. Non ci vuole Freud per capire che sono esemplari umani cresciuti in provette emozionali sterili, terrorizzati da tutto ciò che può cambiare, destabilizzare, reagire, emanare calore, respirare. Hanno molta più dimestichezza con gli animali, i libri, la natura, i cimiteri, le stanze vuote, i muri bianchi, la lobotomia, la vita monocromatica, il non-essere, i non-luoghi. Chissà, forse da piccoli hanno battuto la testa contro una dura realtà, e come diceva Rocky Balboa: “Nessuno colpisce duro come la vita”. Ma ci sono avvenimenti che sentono, che smuovono in loro delle sabbie mobili interiori, come la morte. Ancora non sanno come prenderla, ancora non sanno come reagire, anche se di morti ne hanno vissute parecchie. Figurarsi… ancora parlano di sé stessi come di “altri individui”… paradossale. “Oh, ognuno c’ha le sue!”, diceva la mi’ nonna. Io c’ho le mie e parlo in terza persona plurale, e voi c’avrete le vostre.

Crescere è invecchiare, e invecchiare significa imparare la morte. Per me la morte è una grande lavanderia a gettoni, aperta 24 ore su 24, bianca, pulita, ordinata, incustodita e vuota. Un’immensa e anonima tranquillità che profuma di ammorbidente al gelsomino. Un eterno frusciare di centrifughe accennate e tantissimi oblò trasparenti a tenermi compagnia. La morte non è un evento della vita. La morte non si vive, diceva Wittgenstein. Se non c’è malattia, si tratta di un grande interruttore on-off, vita-morte. Io mi vedo come una marionetta rotta, senza sguardo, le orbite cadute all’interno. Questa è la morte: una cosa semplice. Non una grande festa in cui si ritrovano tutti i parenti, gli amici e i grandi artisti a fare una partita a carte. Ma comprendo il bisogno altrui di usare un ammorbidente emotivo per concepire il trapasso, mentre scavano nella mente per trovare quell’angolino là, in fondo al lobo temporale , in cui l’illusione la fa ancora da padrone, facendo pensare che andremo in un altro luogo insieme a Elvis, Lemmy, Bowie e il nonno (per i più fortunati c’è un angolino ancora più in basso in cui l’illusione si moltiplica con i pani e con i pesci e diventa Dio). Vi ricordo che il mio amico Nietzsche affermava che non è l’uomo ad essere un errore di Dio, ma Dio ad essere un errore dell’uomo. Ecco, fatevene una ragione.

Crescere e invecchiare è anche riconoscerla, questa morte. Riconoscerla, combatterla, per poi accettarla e convivere con i drammi, le felicità, i grandi eventi della vita. Si impara la morte, a volte, facendo cose così eccezionali come presentarla discretamente al mondo. A volte, con eleganza e in punta di piedi, come è riuscito a fare quel duca che solo ora veste di bianco. Bowie: David Robert Jones (Londra, 8 gennaio 1947 – New York, 10 gennaio 2016). Artista britannico, androgino, attore, cantautore, Duca Bianco, glam rock, personalità eclettica, elettronica, teatro, Ziggy Stardust, occhi impari, Burroughs, L’uomo che cadde sulla terra, Heroes, Halloween Jack, Diamond Dogs, Rolling Stones, Kraftwerk, alter ego, Berlino, Neu!, pop, giacche fighissime, trucco shock, bellissimo, 1976, Space Oddity, Lindsay Kemp, ambiguità, anoressia maschile, Rebel Rebel, avanguardia, Brian Eno, Warhol, eleganza, opera d’arte, culto, «I feel that we’re only heralding something even darker than ourselves», Blackstar, Ashes to Ashes. Una vita diventata capolavoro, una morte delicata e silenziosa. Noi non eravamo intimi con Bowie (noi individui citati sopra, quelli perfidi e glaciali, fragili e solidi, indifferenti e misantropi, quelli “cerca di essere un tenero amante ma fuori dal letto nessuna pietà”), però la sua dipartita mi ha colpita (la rima non è voluta). Non so, forse è stato questo suo raffinato commiato da vero artista, e io, da incredibile mediocre, ne sono rimasta abbagliata. Mi dispiace non so trovare l’espressione adatta per descrivere quello che ho sentito, quindi non la cercherò, e mi darò una metaforica pacca sulla spalla, solo per averci provato… e magari la darò anche a voi, ai più sensibili. Perdonatemi, è il massimo che riesco a fare. E non lo faccio manco troppo bene.

Comunque, se volete capire la morte fatta persona, dovete assolutamente immergervi nel “Settimo Sigillo” di Bergman. Vi tocca. Come vi tocca la morte. Se poi la filmografia ve la fate tutta, preparatevi un buon cappio e una tazza di caffè per la lunga nottata. E forse, chissà, ne avrete un assaggio migliore, e con Antonius Block chiederete anche voi: “Chi sei tu?”, e lei risponderà: “Sono la Morte”, e voi, strizzandovi le palle a più non posso: “E sticazzi?”. Ma se proprio la fine non vi va a genio, allora prendetela con un po’ di zucchero, alla Mary Poppins, oppure alla Monty Pyton, e la pillola, con il senso della vita, in qualche modo, andrà giù.

La Morte, vestita di nero e con la falce in mano, bussa alla porta di Graham Chapman e di sua moglie:
«…Sì? È venuto per la siepe? Senta, sono spiacente, ma…».
«Io sono il Triste Mietitore».
«Chi?».
«Il Triste Mietitore».
«Ah! Capisco, sì… per la siepe?».
«Io sono la Morte!».
«Sì, beh, il fatto è che abbiamo degli ospiti a cena, stasera…».
«Chi è alla porta, caro?».
«Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la siepe o la mietitura…».

 

Romina Bicicchi

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14 Comments

  • david bowie si e’ giocato bene pure questa ultima carta al casino’, noi invece frequentiamo le bische, per quanti assi possiamo avere dobbiamo pensare a sopravvivere, e queste belle giocate sono per noi ispirazioni
    bel post, grazie romina..

  • Un bellissimo film il Settimo Sigillo, la morte è un tema difficile da trattare e anche da accettare, ma infondo già la vita ci appartiene a metà, l’altra metà appartiene al sonno, siamo di continuo presi tra realtà e sogno che è difficile non comprendere che questo viaggio terreno è qualcosa di altamente passeggero. Bergman da un volto alla morte, quello di un estraneo, con cui non riconosciamo nessun legame. Come un impiegato solerte esegue il suo incarico senza lasciare scampo. Questo oscuro signore non lascia trapelare, la morte non ha segreti, essa è ciò che c’immaginiamo che sia.!
    Romina rimane al momento la mia preferita, mi ci riconosco molto! Ottimo articolo!

  • Bowie e Bergman hanno indagato a fondo il senso della vita e dunque della morte, tema alla fine inevitabile da affrontare ,ognuno a modo suo. Esilarante anche il modo di Romina , sempre simpatica e profonda!

  • impressionante è realizzare solo oggi, come Bowie sapesse della sua prossima morte e come ha voluto lasciare il suo testamento. Senza pietismo o divulgare alcuna notizia al riguardo ci ha lasciato con un delicato ma improvviso allontanamento, lasciando in vista solo la sua arte…il suo ultimo disco. Ci ha salutati tutti con la sua musica senza pretendere nulla, donando solo ai posteri il suo testamento. Una cosa del genere fece il suo amico Freddy Mercury, anche se quest’ultimo con qualche interferenza mediatica in più.
    Ovvio quindi che noi, loro immaginari amanti e adulatori, rimaniamo colpiti da così tanta eleganza e grandezza d’animo… inevitabile fare i conti un pezzo di storia della musica che abbiamo amato e dunque con un pezzo di storia della nostra vita … in questo Bicicchi è stata micidiale, romantica, cruda e illuminante.
    Grazie a tutti quelli che condividono arte e pensieri profondi come voi/noi/”loro”….

  • perche’ in fondo la morte e’ davvero una cosa semplice .
    grazie a Bicicchi per questa coinvolgente e trascinante condivisione di sentimenti

  • Letto. Sono giorni in cui ascolto Blackstar a palla. Mi devasta. Ma è straordinario. La morte? Non ho capito ancora niente della vita! un abbraccio Mau

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