Corrado Maria De Santis: intervista con chitarra… dietro l’angolo

Dal cantautorato folk all'indie-rock in band importanti della scena italiana, passando per esperienze Jazz fino all'ultimo lavoro in solitaria con la sua chitarra: suoni, rumori, suggestioni, vibrazioni che librano intorno a noi... poiché quel che resta è un nulla d'inesauribile segreto

Corrado Maria De Santis è un chitarrista, diplomato presso il Dipartimento Jazz del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, ed è uno di quei chitarristi che attraverso la pratica improvvisativa e la sperimentazione, è riuscito progressivamente a concepire una più vasta e interessante ricerca sonora.
Noises Around the Corner” è il suo nuovo lavoro, disponibile in tutti i digital stores (Into The Void Rec.).
Questo lavoro realizzato a casa, nell’angolo di una stanza, è stato suonato e registrato quasi esclusivamente nell’isolamento delle sue cuffie, tra chitarre elettriche, laptop, alcuni microfoni e pochi amplificatori.
Ispirato dalla poesia “Il Porto Sepolto” del poeta Giuseppe Ungaretti, la discesa nella stanza sepolta (vedi “The Buried Room”) riporta alla luce soltanto frammenti indefinibili, inesauribili. Maria De Sanctis ci offre dunque un viaggio intimo, immersivo, essenziale.

Innanzitutto, dicci come stai vivendo questa nuova avventura in solitaria, dopo tante esperienze in diverse band non poco significative.

Ho intrapreso un percorso decisamente importante, forse il più importante. È una dimensione molto intima, che mi permette di sentire profondamente quel che sono. Attraverso la pratica dell’improvvisazione posso sperimentare nuove possibilità e avere un contatto più autentico con quel che sto facendo.

Parlaci di questo tuo nuovo progetto. Si tratta di un lavoro strumentale, atmosferico… qual è il significato di un disco del genere in un periodo come quello attuale che trova invece nella riconoscibilità del formato il suo altare autoreferenziale?

Ogni giorno cerco di dedicarmi del tempo, anche solo qualche minuto, per giocare con i miei strumenti e cogliere qualche nuovo particolare da aggiungere al mio suono. Spesso registro tutto quel che faccio e poi trattengo alcuni files, alcune idee. “Noises Around the Corner” più o meno ha avuto questo processo. L’ho registrato e sviluppato a casa, solo con la mia chitarra elettrica, un laptop e poco altro. Dalle registrazioni venivano fuori frammenti affascinanti, melodie sommerse e tanto di indecifrabile.

Quali sono state le emozioni o i sentimenti prevalenti che hai voluto tradurre in musica? Oppure è accaduto il contrario: è stata la creazione musicale ad evocare certe sensazioni?

Solo in un secondo momento mi è tornata alla mente la poesia “Il Porto Sepolto” di Ungaretti, l’avevo studiata per bene ai tempi dell’Università. Mi ha di sicuro aiutato a dare un’immagine più forte a quanto stavo cercando di fissare. Così riuscivo quasi a riconoscermi in quei frammenti sofferti e misteriosi che adesso compongono questo mio lavoro. Tutta la mia pratica quotidiana, il mio incessante desiderio di sperimentarmi, la mia inquietudine cominciavano a prendere forma proprio nell’angolo di quella stanza, come fosse l’anticamera del mio processo creativo, luogo dal quale poter cogliere “Quel” nulla.

Secondo te, nel contesto di oggi, qual è il “senso” nell’essere un “chitarrista”? Davvero oggigiorno questo strumento ha perso l’appeal che aveva un tempo? Vedi l’attuale emarginazione di un genere come il rock, oramai surclassato da generi molto più popolari.

Ho registrato tutto con una Fender Jazzmaster e tutte le mie idee nascono principalmente suonando la chitarra, anche quando non sembra.
Con la chitarra riesco a essere più diretto, come se riuscissi a sentirla più vicina alla mia voce interiore. È uno strumento con una storia fantastica, che traduce in suono infinite possibilità creative e di certo ancora oggi continua ad affascinare anche i più giovani. Certo talvolta non sanno minimamente chi sia Charlie Christian, Jimi Hendrix, i chitarristi dei Pink Floyd o Thurston Moore e mi dispiace un bel po’, ma in fondo l’unica cosa che conta davvero è che facciano grande musica con quella chitarra, nient’altro.

Il tuo rapporto con l’elettronica? Per te è forse stato un nuovo appiglio per reinventarti?

Mi permette di esplorare nuovi territori, di ampliare quella che è la mia personale ricerca sonora. Non credo di fare propriamente musica elettronica e non sono affatto interessato a rinchiudermi in nessun genere in particolare, non è questo il senso di ciò che faccio, ma seppure in maniera non accademica o totalmente sbagliata, è anche grazie ad essa che riesco a scoprire sonorità estremamente interessanti.

Cosa ti è rimasto delle esperienze passate e cosa ti aspetti dal futuro? Ma soprattutto, come sarà il futuro?

La mia musica risiede nell’adesso e nel mio futuro vedo James Sebastian, Sonia, le sue mostre, la nostra performance, i miei concerti. Ho tanto ancora da esplorare e voglio farlo insieme a loro.

Quanto è importante, secondo te, mantenere viva la motivazione nell’organizzare o nel partecipare a rassegne tipo il LivingPhonemaArtFestival? Si possono stimolare nuovi ascolti e proporre nuovi progetti ad un pubblico eterogeneo, abulico e fuorviato come quello odierno?

Abbiamo seriamente bisogno di punti d’incontro come questo che possano attivare l’ascoltatore, renderlo partecipe sempre di un’esperienza nuova . Chi ascolta dovrebbe lasciarsi prendere dall’energia della performance o dell’opera che sta ammirando, un po’ come sanno percepire perfettamente tutto questo i bambini. Quindi riuscire a privarci del pregiudizio e di tutte le strutture limitanti che ci siamo costruiti crescendo. Tutto questo per poter sperare di vivere in una dimensione positiva, dove tutto ciò che ci circonda possa essere riconosciuto e considerato importante.

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