Contro l’inno di Mameli

Sarà Beethoven a salvarci dal Monti bis

Ricordo che m’insegnarono l’inno di Mameli molto presto, da bambino. Negli anni novanta, man mano che la fanciullezza cedeva il passo all’adolescenza, scoprì con sgomento che ero tra i pochissimi a cantarlo e ad emozionarmi. I più, anche se ne masticavano qualche verso, o l’ignoravano o lo snobbavano.

L’inno nazionale, in quanto nazionale, era considerato monopolio dell’estrema destra, mentre la vocazione internazionalista impediva alla sinistra di sentire come proprio un canto così veemente. L’Italia del calcio rappresentava la situazione nel migliore dei modi.

Nel periodo in cui l’Msi era escluso dall’arco costituzionale, l’intonazione di quel coro avrebbe sollevato le polemiche di più di qualcuno. Per questo si sedimentò l’abitudine di non cantarlo. I calciatori, quando venivano inquadrati, riflettevano il tipico atteggiamento democristiano ultracentrista. Quando tutti si chiedevano perché tacessero, rispondevano tirando fuori dal cassetto sempre la stessa scusa: ci dobbiamo concentrare. Questa risposta politichese evitava due cose: sia di dire che non lo sapevano, sia di dire che non lo condividevano. Invece, dimenandosi al centro come insegnavano a Montecitorio, s’assicuravano anche loro il mantenimento d’una “poltrona”, quella azzurra.

Fu solo il Presidente Ciampi che sfatò il tabù, chiedendo espressamente agli atleti di cantarlo: da quando lo fece l’inno di Mameli smise d’essere “fascista”.

Il suo desiderio fu recepito da tutti gli italiani per questo. La sinistra, che era la parte che non lo sentiva, si riscoprì patriota perché nel proscenio politico imperversava una giovane Lega Nord che col tempo avrebbe contato solo con Berlusconi. Inoltre, era rassicurata che questo sdoganamento provenisse da un antifascista munito di carta d’identità dalle ampie garanzie. Ciampi infatti è nato a Livorno, la città in cui nacque il partito comunista italiano. Ricordo che in quel periodo ci fu una manifestazione antileghista piena di bandiere rosse affiancate per la prima volta dai tricolori. Sul palco, Dario Fò dichiarò che non si sarebbe mai immaginato di manifestare per l’Italia cantando un inno a cui da giovane balilla era costretto, ma che gli faceva schifo.

La rinascita dell’inno di Mameli ha confermato quello che ho sostenuto all’inizio, cioè che prima di Ciampi non fosse affatto sentito. Da quando i calciatori lo cantano, assistiamo a momenti di autentica comicità. Gli appassionati, armati di sciarpe e trombette, anziché intonare “stringiamci a coorte”, dicono “stringiamoci a corte”. È vero che sbagliano, ma forse nemmeno poi tanto. Questo lapsus riflette la tendenza tipicamente italiana di stringersi attorno a chi comanda, di frequentarlo e di lodarlo, salvo giurare d’averlo sempre odiato non appena cade in disgrazia. Quando sento questo errore mi chiedo ogni volta se i pasticcini che servono a corte sono buoni. Sono un tipo molto goloso.

C’è un’altra cosa che conferma che no, non sbagliamo, ma ci vogliamo proprio stringere a corte, senza dubbi e senza sbagli. Le trombe e i tamburi di Fratelli d’Italia hanno una funzione d’adunanza, cioè dovrebbero raccoglierci ed infiammarci. E invece noi cosa mettiamo su quel raduno solenne? Ci cantiamo poropò – poropò – poropoppoppoppoppò. Questo coro da pasquetta mi convince che più che un popolo da coorte, che è una schiera di soldati, siamo un popolo da corte, che è la sala coi pasticcini. A me Condorelli al pistacchio, grazie.

Ma il colmo s’è toccato nell’ultima partita dell’Italia di rugby contro la Nuova Zelanda. Una Katia Ricciarelli in giornata no s’è impappinata con le parole impedendo ai rugbisti di cantarlo come sempre fanno, cioè con un furore da linea di fuoco. Poiché anche loro si stringono puntualmente “a corte”, quelle vene che si gonfiano sembrano francamente eccessive. Ma c’è da capirli: il timore che i pasticcini finiscano, si sa, spinge a questo e ad altro.

 

Dopo questo strazio, ho smesso di difendere d’ufficio l’inno di Mameli. Ormai lo cantano tutti, ho pensato, troverà certamente qualche difensore più valido di me. Finalmente posso dire quel che ho sempre sacrificato sull’altare della patria: la melodia fa cagare!

La terra della cultura e della bellezza non può essere rappresentata musicalmente da ’sta cosa. E la ragione che me ne faccio è che quando si copia non s’ottiene mai niente di buono. Come la bandiera, anche l’inno trasse ispirazione dalla Francia, che dopo la Rivoluzione veniva considerata la mecca della libertà dei popoli. Così, dopo il tricolore, guardammo oltralpe anche per la canzone che ci doveva accomunare. Il risultato è stato una marcetta poco entusiasmante, che non riflette per niente l’unica vera Italia che preesisteva all’unità, quella della cultura e della bellezza. Sulle parole non discuto: è la musica che non è all’altezza del compito. Una marcia andava bene in Francia, dove le masse si ribellarono in prima persona dal giogo nobiliare. Ma da noi no, perché la questione italiana fu soprattutto romantica, come romantico avrebbe dovuto essere l’inno.

Se fino a qualche anno fa potevamo riparare adottando la sublime melodia del “Va’ pensiero“, da quando se n’è appropriata la Lega Nord non possiamo neppure fare questo. Tuttavia mi consola che il problema diventerà una questione provinciale. Più passa il tempo, più appare chiaro che questa bieca tecnocrazia che toglie ai poveri per dare ai ricchi potrà essere fermata solo da un’Europa politica. Ma non da quel timido approccio che è stato l’unico punto di convergenza tra Renzi e Bersani, gli Stati Uniti d’Europa. No, da un’Europa politica. Nell’attesa, non ci resta che goderci l’eternità dell’inno europeo, l’ “Inno alla gioia“. La sua collocazione nella nona sinfonia rappresenta la contrapposizione alla deriva musicale virtuosistica e ultratecnica ottocentesca in stile Paganini. Poiché Beethoven la contrastò con la bellezza e la semplicità, oggi avrebbe certamente avversato i virtuosismi ultratecnici del governo Monti. Monti bis? Mi dispiace, Paganini non ripete.

Giuseppe Pastore

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