I colori di mia nonna in un campo profughi

CRONACHE DAL MEDIO ORIENTE: Reportage esistenziale, vita quotidiana e racconti da un viaggio tra le conseguenze della guerra e la quotidianità di un giornalista freelance

Questa RUBRICA è un provarci con ‘sentimento’. Forse un po’ romantico, e quindi sconfitto, forse un po’ personale. Non mi chiederò altro che un po’ di sincerità, come giornalista e come essere umano. Un percorso attraverso deserti e umanità, calore e sudore..

 

Beirut – Questa cosa del pubblico ti fotte. Non è mai chiaro se quanto ti stia uscendo sia frutto di un autentico impulso e quanto invece sia un prodotto mutato dai mille fattori presenti su un foglio bianco. Stamattina ho pensato di scrivere, nell’ordine, delle donne con il velo, dei gatti di Beirut, delle ragioni economiche di una guerra civile, dei viaggi che si tramutano in lavoro e viceversa, delle migliaia di Anna Frank siriane ed infine della Jihad. Ed eccomi qua: senza un reale, compatto, ma neanche vicino, straccio di argomento. E allora penso a James Joyce. Ma come avrà fatto a farsi venire in mente quel flusso di pensieri, stracciando tutti quei fili che si inseriscono tra te ed il foglio bianco? Oppure un Pamuk, costante nello scandagliare la realtà che lo circonda. Sempre interessato, mai banale. Succede, ed è un sentimento molto familiare, sentirsi inappropriati e non sufficientemente preparati. E allora eccolo: il foglio bianco ti risucchia. Ci deve essere un ego profondo per affermare, analizzare e sintetizzare opinioni e concetti, strategie e dolore.

Oppure basta farsi trascinare dalle situazioni.
Ricordo la prima volta in un campo profughi. Ero a Tel Abbas, nell’estremo Nord del Libano. Il confine siriano era a soli 5 chilometri. I tre giorni trascorsi tra le tende, insieme ai ragazzi di una Ong italiana, sono stati una ventata di aria fresca. Certo c’era la povertà, la miseria, la frustrazione, la rabbia e l’impotenza del proprio futuro. Ma c’era anche vita. Paradossalmente tra quelle quattro baracche c’era un morbo fortunatamente incurabile: quello di esistere. Al di là dei confini, delle città e dei Paesi, strisciava la consapevolezza della vacuità di tutte quelle strutture che ci siamo creati per darci conforto. In quel campo profughi le famiglie si univano nei ricordi, ma ancor di più all’idea della sopravvivenza del giorno seguente. Forse sono stato fortunato e quello era l’unico campo che presentava queste caratteristiche. Forse la causa è un romanticismo insito stabilmente nel mio modo di vedere le cose. Ci sta che mi sia sbagliato, ma ehi: questo è ciò che ho vissuto.

Sono tornato bambino in un attimo. Come quando mia nonna mi dava i colori e un foglio bianco. Scarabocchi. Ma quanto eri soddisfatto per quelle linee incerte? Le ammiravi, incassavi i complimenti e ti compiacevi di un lavoro attaccato con lo scotch al muro. Il tuo premio era lì. In un mondo grande quanto un salotto. Un salotto non è tanto più piccolo di un campo profughi. Insomma… se confrontato con il mondo. Nel salotto, come nel campo profughi ti senti utile. Senti di poter dare il tuo personale e spassionato contributo. E invece chi sei nei confronti della Terra? Produci, roba che, nella maggioranza dei casi, neanche interessa, ma che deve comunque rispettare canoni di vendita. Stracciando qualsiasi regola di scrittura, i flash che racconti sono sempre più limitati e specifici. Devono interessare. Ma a chi? Chi è il pubblico?

I giornalisti turchi di inizio ‘900 raccontavano le loro città. Non c’erano regole. Tutto era artistico e personale ed il pubblico era anche l’oggetto del pezzo. Persino un articolo sulle regole del traffico a Istanbul aveva una visione personale. Con gli occhi di oggi, trovi buffi quei ritagli di giornale. Ti viene da ridere leggendo le considerazioni, spesso da uomini della strada, che venivano avanzate. La vendita di cozze sul ponte di Galata era argomento di appassionate cronache sulla decadenza di Istanbul. L’usanza di attaccarsi ai tram di Beyoglu era oggetto di critiche. Anche il modo di passeggiare era tema da editoriale. Ma dov’è finito quel giornalismo? Chi l’ha detto che la regola anglosassone delle 5 W possa rispondere ai quesiti delle persone? Da quando il giornalismo è pura e semplice obiettività? Non c’è il rischio di stuprare la creatività? Come possiamo raccontare ciò che circonda in modo obiettivo se ciò che ci circonda non lo è?

Fuori tema. Aveva ragione la mia professoressa di Lettere: faccio un casino enorme. Eppure c’è un filo logico in tutte queste storie. Racconto la storia di Mohamed, di Ahmed o di vattelappesca e non sono libero dalle ansie. Ansia da prestazione, da risultato, da vendita, da coerenza. Ma no. In quel campo profughi, circa 30 anime e 7 olivi, ti estranei. Sei nel salotto di casa con i colori. Puoi rendere l’umanità come meglio credi. E allora puoi sentirti degradato a essere umano di serie B, come i profughi. Oppure puoi raccontare i pochissimi punti positivi e farti paladino di una speranza. O ancora, puoi semplicemente soffermarti sul passato, giocando con i ricordi di chi ha vissuto un’esistenza spezzata.

Il “capo” del campo profughi, colui che rappresentava la comunità, mi disse durante un’intervista: «Cosa possiamo fare? Non abbiamo un futuro. Non abbiamo speranza per il futuro. I miei figli non possono studiare». Adesso quella famiglia è a Torino. In Italia grazie ai corridoi umanitari. I bambini studiano, mentre i più grandi lavorano e giocano a calcio. Il futuro è arrivato. Certo, è servito l’impegno di molte persone. L’interesse di una vera e propria comunità, eppure è successo. Le parole di degrado, dette quasi un anno fa, valgono ancora, ma adesso hanno un altro colore, hanno acquisito altre sfumature. Ed io che ho prodotto un articolo durante quei giorni ho raccontato solo un flash. Ma oggi, quel flash è un’altra cosa. Per raccontare una vita serve una vita, il resto sono agenzie di stampa.

 

Davide Lemmi

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