Coez: “Faccio un Casino” e un’esclusiva intervista..

Una chiacchierata sul nuovo disco dell’artista romano.. capace di muoversi nei terreni del pop e del rap con grande disinvoltura

Nelle mie millemila vite passate musicalmente passate ho avuto anche io la fase Hip Hop.
Era però la fine degli anni 90. Jeans larghi ed etnies, walkmen con le cuffie giganti e Jay Z, Biggie e Tupac sparati a cannone nelle orecchie.
Sono rimasta profondamente legata a quel tipo di Rap e raramente ho approfondito quello italiano, a parte la scena romana più cruda, quella dei Cor Veleno e dei Colle Der Fomento, per capirci.
Negli ultimi anni, però, è stato impossibile non rendermi quantomeno conto dell’arrivo di una nuova ondata di rapper italiani, meno legati alle origini più “astiose” del mondo dell’Hip Hop e molto più aperti alle sperimentazioni in altri mondi musicali.
Coez è sicuramente uno dei maggiori esponenti di questa ultima tipologia di rapper. Rime ben scritte, con un occhio strizzato al pop soprattutto in questo ultimo lavoro, “Faccio un Casino”.
Il disco si apre con “Still Fenomeno” ma poi i ritmi rallentano parecchio e di tutto questo casino non c’è molta traccia, i bassi sono molto gentili e i ritmi tendono più a quello che gli inglesi definirebbero mellow o smooth (“Parquet” ne è un ottimo esempio).
Fino alla seconda metà del disco si sente forte l’influenza di Niccolò Contessa (I Cani), direttore artistico del disco, il che non è assolutamente un demerito ma forse rende la lontananza dal mondo del Rap, dalla mia idea del mondo del Rap quantomeno, un po’ troppo marcata.
In alcuni brani, sembra addirittura una deviazione nel mondo Rap del più classico dei pezzi di Calcutta (la musica che non c’è), ma fortunatamente la seconda metà del disco si riprende con “Delusa da me“, e la conferma che il lavoro sembra prendere una piega diversa già da la “Taciturnal“.
I bassi finalmente tornano più potenti con “Occhiali scuri“, il pezzo che sembra decisamente il più solido del disco e “Un sorso d’ipa” pezzo che, finalmente, presenta i segni di ostilità che tanto aspettavo.
In conclusione “Faccio un Casino” non è un brutto disco, anzi è un buon lavoro, solo che, alle orecchie di chi scrive, sembra più il disco di un cantautore “indie” (che brutta che è diventata questa parola, ormai) che strizza l’occhio al Rap che viceversa.
Immenso rispetto per il coraggio, comunque. E a proposito di tutto ciò, eccovi la chiacchierata che mi sono fatta con Coez..

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Ormai è innegabile che il mondo musicale romano stia rivivendo un periodo particolarmente positivo. Non sto parlando della terribile espressione “scena romana” anche perché dubito che, quantomeno nel mondo del rap, una scena romana esista ancora. Tuttavia Roma è una metropoli solo sulla carta, ma alla fine è un paesone molto grande dove le persone che frequentano più o meno i gli stessi posti si conoscono perfettamente. Basti pensare alla tua collaborazione con Niccolò Contessa. Nelle fasi di produzione del disco vi è capitato di influenzarvi a vicenda in qualche modo?

Diciamo che sono arrivato da Niccolò con un disco già al 70%. Più che influenzato, abbiamo realizzato insieme due canzoni del disco e siamo rimasti piacevolmente sorpresi di quanto i nostri due mondi potessero incrociarsi così bene. Io lo sospettavo da tempo. Forse quello più sorpreso è stato lui.

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Nel video di “Faccio un casino” metti su un appartamento da zero. Uno di quei passi spaventosissimi che conosco. Siamo praticamente coetanei, per cui sono ben cosciente del modo in cui cambia l’ottica dopo i famigerati trenta anni. Questo credi possa aver influito anche sul tuo modo di scrivere?

Premetto che ho avuto un’infanzia fatti di traslochi e scatoloni, che solo a Milano ho abitato in tre case negli ultimi tre anni, e che a Roma ne avevo cambiate nove solo all’età di dodici anni.. forse quello ha influenzato il mio modo di essere oltre che di scrivere. E’ che sono in continuo movimento, sia nella vita che nel campo artistico. Se volevi fare luce sulla maturità penso di non poterti accontentare (Ahahahaha..). Spero di mettere radici più avanti, ma non in campo artistico.

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A proposito di passi “spaventosi” cosa ti ha convinto che fosse il momento di lanciarti nell’impresa di un disco autoprodotto? Lo rifaresti?

Sono anni che ho un team affiatato che lavora ai miei progetti. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo capito che era il momento di mettere in pratica tutte le conoscenze acquisite negli ultimi anni, con la consapevolezza che in quello che facciamo abbiamo veramente pochi rivali.
Penso che la gente stia tornando ai concerti, in generale, e che gli artisti di questo nuovo pop che a tanti piace chiamare “Indie” stiano sfornando bei dischi. Semplice: musica di merda = poca gente ai concerti; musica figa che parla davvero alle persone = tanta gente ai concerti.

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Il tuo concerto a Villa Ada è andato sold out in pochissimo tempo, tanto che è stato necessario cambiare location. Ti sembra che l’atteggiamento del pubblico romano verso i live sia cambiato?

Ti ho praticamente risposto alla domanda di sopra mi pare (Ahahahah…)!

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Mi rendo conto che per un musicista dare un’etichetta al proprio lavoro è impossibile e anche piuttosto fastidioso. Anche questo tuo nuovo disco ha avuto diverse definizioni. Senza parlare di te in particolare, credi che siamo sulla buona strada per “sdoganare” il termine pop, per poterlo pronunciare senza che il nostro interlocutore storca il naso?

Si, penso che se oggi iniziamo a sdoganare questo termine fra qualche anno nessuno dovrà vergognarsi di pronunciare il termine Pop perché non richiamerà più la musicaccia che ci siamo dovuti sorbire dalle radio italiane per anni; anche se il problema è che qualcuno quella musicaccia continuerà a farla e qualcun’altro a produrla e divulgarla.

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Federica Dell’Isola

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