Il Club dei Sogni Infranti

Racconto breve...

Tra l’una e le due di notte, sulla frequenza 77.77 andava in onda il “Club dei sogni infranti”, il programma radiofonico che passava solo musica perfetta per spezzarti il cuore.
Per ragioni di contingenza mi capitava spesso di ascoltarlo con Giulia Giovanna.

Ecco, lei aveva tutte le carte in regola per rovinarmi la vita: era alta e bionda, senza un filo di seno, sveglia e sfuggente, con una punta di frivolezza sulla bocca.
La sua presenza nella mia vita aveva la costanza di una di quelle lucine a intermittenza che stanno sugli alberi di natale: la vedevo per tre giorni, poi scompariva per un mese, tornava, poi fuggiva di nuovo e così via.
Ma per quanto fosse pazza e fuori controllo, sapevo che sarebbe sempre tornata.
Poi c’ero io, l’avvocato dei miei coglioni, affetto dalla sindrome di Marlon Brando, la malattia di chi vuole stare solo ma non riuscirà mai a rassegnarsi alle implicazioni della solitudine.

Lavoravo tutto il giorno e la sera vedevo donne che detestavo pur di non dormire da solo.
All’inizio pensavo che il problema fosse il letto. Troppo grande per dormirci da solo senza avere una stretta allo stomaco.
Era un grosso letto col sommier.
Decisi di cambiarlo, ne presi uno ad una piazza e mezzo, molto più rassicurante. Ma niente da fare, avevo paura di dormirci da solo ugualmente.
Non era proprio paura, piuttosto una sorta di nodo alla gola.

La circostanza che l’esistenza sia vuota ha di conveniente che puoi scegliere tra milioni di modi per riempirla: tesoro, aspettami, facciamo shopping, andiamo a cena fuori, vediamo un film insieme, chiamiamo qualche amico, facciamo un giro, sei o sette sigarette, un paio di drink, scopiamo, facciamo l’amore, facciamo tutto quello che è in nostro potere per far passare il tempo, per farci compagnia.

Giulia Giovanna si lamentava sempre di questo: «Ma che palle, ma sei sempre triste», mi diceva. «Non sono triste, sono malinconico, comunque sono cazzi miei», ribattevo.

Per una delle nostre prime uscite la portai a vedere un concerto, roba movimentata.
Si presentò vestita con un abito da sera lungo fino ai piedi, i tacchi alti e una serie di brillanti che dovevano essere stati di sua nonna e poi di sua madre.
Lo aveva fatto apposta la stronza, la grande stronza. Voleva essere fuori luogo per mettermi a disagio, ché sapeva benissimo che non era il caso di conciarsi da notte degli oscar. Eppure non aveva potuto rinunciare.

Una volta le dissi: «Certo, anche tu devi sentirti parecchio sola per non riuscire a fare a meno di risbucare sempre nella mia vita», lei caricò una dose di veleno e fece: «Guarda che io non mi sento per niente sola ciccio, però è così rassicurante vederti, il piattume della tua vita mi dà tranquillità», non esitai: «Sai che c’è? C’è che tu non sai un cazzo della mia vita, io invece so che a intervalli regolari vieni qui per farti sbattere per bene, magari è proprio perché ti piace che torni sempre», «Se dovessi scegliere le persone da vedere in base a come mi scopano avrei dovuto salutarti molto tempo fa», io colpito e affondato: «Mi fai veramente schifo, sul serio».

Io la detestavo Giulia Giovanna ed essenzialmente lei detestava me.
Soltanto entrambi conoscevamo bene la vita e avevamo capito che non c’era tutto questo tempo per fare gli schizzinosi e perderci di vista.

Era un copione scritto a regola d’arte, c’erano queste ondate di cattiveria, c’era la congiunzione carnale, astrale, poi alla radio arrivava l’ora de “il Club dei sogni infranti” e restavamo in silenzio ad ascoltare la musica della nostra eterna solitudine e a fumare sigarette lunghe otto miglia.

Io di lei non sapevo quasi nulla, sapevo che faceva qualcosa che aveva a che fare con la pubblicità, che ascoltava i Jesus and Mary Chain, che le piaceva farsi mordere i lobi e che era una gran stronza. Ti puoi chiedere se ci si possa sentire tanto vicini ad una persona estranea.
Ti puoi chiedere quello che vuoi e poi puoi anche non risponderti, è la cosa che hanno di conveniente i monologhi.

Io ero un monologo.
Anche Giulia Giovanna era un monologo.
I nostri discorsi non erano dialoghi ma l’intreccio di due monologhi, non so se mi spiego.

Una volta, mentre dormivamo insieme, mi svegliò alle quattro di notte per dirmi: «Senti, ma tu ci credi al fatto che le stelle abbiano un’influenza sulla nostra vita?», io diedi di matto: «Guarda io credo che domani alle otto e mezza dovrò essere in udienza e che è tardi per ascoltare le tue cazzate, questo credo», se la prese di brutto: «Oddio, ma sei veramente la persona più pallosa che conosca», «Ti sbagli, tu non mi conosci e non ti devi azzardare a farlo», lei colpita e affondata: «Mi fai veramente schifo, sul serio».

Comunque, io soffrivo della sindrome di Marlon Brando, non era proprio una cosa da nulla.
Non volevo mai avere gente tra i piedi, ma ogni tanto mi prendevano dei vuoti siderali, di quelli che ti manca il fiato.
Mi svegliavo nel cuore della notte, tutto sudato, in un letto gigantesco, senza nessuno che potesse aiutarmi.
Allora ero costretto ad accendere la radio e ad andare sulla cazzo di frequenza 77.77, aspettando che iniziasse “Il club dei sogni infranti”, praticamente quello che ci voleva per darti il colpo di grazia e farti addormentare.

Una sera, come una lucina ad intermittenza su di un albero di natale, Giulia Giovanna si accese all’improvviso, sbucandomi in casa senza il minimo preavviso.
Non la vedevo da un paio di mesi.
Aveva le lacrime agli occhi.

«Tieni, ti ho fatto un cd» mi disse.
«Un cd di che?».
«Un cd di canzoni, coglione».
Non capivo, sul serio. «A cosa devo tutta questa carineria?» le feci.
«Ho conosciuto un tipo, ci sto insieme, sono venuta a salutarti perché credo che io e te non ci potremo più vedere».
Non poteva essere possibile.
«Tu sei pazza, sei completamente pazza».
«Odio quelli che dicono agli altri che sono pazzi».
«No, ma tu sei pazza davvero, non capisci, non puoi farlo, noi saremmo dovuti rimanere insieme da soli per sempre…».
Non disse nulla e si lasciò scivolare via.

Questa cosa di rimanere insieme da soli non è semplice da digerire, me ne rendo conto.
Mi rendo anche conto che si potrà pensare che io sia stato quello ad uscire sconfitto da questa storiaccia. Cazzate.

Dopo nemmeno due mesi avevo iniziato a uscire con Milena, la mia nuova psicanalista.

Ecco lei aveva tutte le carte in regola per rovinarmi la vita.

di Giuseppe Catanzaro

 

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