Cinquanta sfumature di… offesa

La trilogia di E. L. James, saga dalla fortuna internazionale ma dai contenuti deludenti e non solo...

Pensando alla saga di “Cinquanta sfumature” viene subito in mente sesso e sadomasochismo. La saga ha avuto una fortuna internazionale, tanto che nel nostro paese se ne parlava ancor prima che venisse pubblicata. Mi sono imbattuta per curiosità in questa lettura e ciò che mi ha colpito, non sono stati i temi trattati, ma il modosbagliatoin cui sono stati presentati.

Credo non ci sia nulla di sbagliato in rapporti come quelli descritti (?) nel libro, a patto che siano consensuali (altrimenti si parla di abuso) e per me questo consenso nel libro non è “dato” e neanche “cercato”, ma non è tutto. I personaggi sono tratteggiati male, non c’è approfondimento psicologico, la loro “relazione” si basa su un desiderio reciproco di cambiamento, di alterazione della personalità altrui. C’è stato chi, parlando di (pubblicizzando) questa saga ha detto: «Tutto ciò che le donne desiderano». Io sono una donna, e mi sento offesa di fronte a queste parole.

 

Ultimamente entrando nelle librerie ti ritrovavi con il muso davanti a scaffali dove faceva bella mostra di sé la trilogia di E. L. James, “Cinquanta sfumature…“. Non avevo la minima idea di cosa parlasse, però tutti ne parlavano: ogni mezzo di comunicazione non faceva che elogiare il nuovo best seller dell’anno! Così mi sono incuriosita e ho deciso di acquistarlo.

Come molti, sono caduta nella trappola pubblicitaria che attorniava questo romanzo, una tela di ragno attraente e fatale allo stesso tempo. Sono stata divorata dal ragno dell’insulso, del cliché e degli stereotipi sessuali più banali che potessi immaginare. Il romanzo non ha nulla del best seller mondiale.

Ho letto a singhiozzo “la prima sfumatura” (e li mi sono fermata!) perché dopo un po’ di pagine non ce se la fa più ad andare avanti, l’ho concluso solo perché non mi piace lasciare le cose a metà, anche se non sono degne di attenzione. Ma come ha fatto questo romanzo (anche se chiamarlo così è dir troppo) ad avere tanta fortuna?

Ce ne sono a bizzeffe di libri erotici simili e, sicuramente, scritti meglio. Sembra uno di quei racconti alla “Harmony” per casalinghe disperate che ha la presunzione di raccontarci la storia d’amore (?) e sesso sadomaso (?) tra una giovane e sessualmente ingenua (che a dirla tutta tanto ingenua non è, dato che nel giro di poche pagine si trasforma in una ninfomane insaziabile) studentessa e un ricco uomo d’affari, maniaco del controllo, dai gusti sessuali un po’ eccentrici.

Io non ci ho letto amore, sesso e desiderio irrefrenabili, ma la storia di una donna schiava e sottomessa (non nel senso che vorrebbe intendere il libro) ad un uomo padrone: non può decidere cosa fare, quando farlo, cosa indossare, dove andare e con chi, e neppure cosa mangiare!

I pilastri su cui poggia il rapporto dei due protagonisti, Christian Grey e Anastasia Steele, sono tarlati al loro interno, e questo si traduce nell’inviare al lettore un messaggio sbagliato.

Siamo di fronte ad un personaggio maschile “negativo”, non è il bello e impossibile che la James ci vuole presentare; in lui è presente tutto ciò chemai vorremmo ritrovarenell’uomo che abbiamo accanto: è uno stalker, con tendenze al sequestro di persona, un fidanzato geloso, ma non di quella gelosia che ti fa sentire unica, è pazzo. È un personaggio violento e molesto. Rappresenta ciò contro cui le donne hanno lottato, e devono lottare, ancora oggi. Sentiamo di donne segregate da mariti-padroni, donne picchiate, maltrattate, umiliate, usate come oggetti e poi abbandonate, donne ammazzate da chi dovrebbe amarle! Di fronte a tutto questo ci indigniamo, ci chiediamo come sia possibile.

E poi, c’è chi vede in Christian Grey l’uomo del desiderio, da volere. Milioni di ragazzine così come donne adulte sono rimaste incantate dalla figura di Christian Grey, un pazzo maniaco e manipolatore, ossessionato dal desiderio di controllo e incapace di riconoscere il bisogno del proprio partner di avere una vita al di fuori di lui.

Poi c’è Ana. É una donna priva di rispetto per sé stessa, manipolabile e influenzabile con estrema facilità, bastano due occhi grigi. Si lascia trattare male perché crede che in fondo lui non sia davvero così, che potrà cambiarlo, che ha solo bisogno di affetto. È proprio questo quello che, nella realtà, pensano molte donne che si ritrovano poi peste di lividi, ma incapaci di denunciare il proprio aggressore.

In Anastasia non vedo amore ma la compassione verso un uomo-bambino devastato del suo passato e dal suo presente; non vedo passione ma pura lussuria nei confronti di un appagamento che non lascia nulla se non vuoto ed altra lussuria.

Generazioni di donne si sono battute, sono state oltraggiate, persino uccise, perché volevano elevare le loro voci e farsi sentire; volevano rendere l’essere umano-donna libera, non più schiava, volevano decidere e pensare, in poche parole volevano dignità di vivere.

Ma proprio una donna ci racconta di un’altra donna che è incapace di vedere un amore malato, viene trattata come un oggetto, le viene impedito di pensare e di agire, una donna che teme il suo uomo quando fa qualcosa che lui non vuole, una donna che vive nel dubbio e nell’incertezza.

È questo quello che mi colpisce in modo particolare: Anastasia viene maltrattata psicologicamente da un uomo che prova nei suoi confronti un amore sbagliato che le impedisce di vivere, ma lei non riesce a capirlo, come non sono riuscite a capirlo molte lettrici. Ana vive nel terrore e nell’incertezza di sbagliare e di essere “punita”, teme l’uomo che dice di amare. Ma come può questo essere definito amore?

Katia Valentini

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