Cile ’62 – Il Mundial di Manè Garrinha (Speciali Mondiali -Part.8)

Uno dei Mondiali più duri di sempre..

Il mondiale svedese del 1958 chiudeva così il primo mezzo secolo di competizioni sportive di alto livello. Olimpiadi prima e Coppa del Mondo poi, stavano rendendo il calcio lo sport più amato, più praticato e più chiacchierato. La valvola di sfogo che aiutava ad allontanarsi dai problemi che il mondo intero aveva vissuto nei primi 50 anni del 20° secolo, lo sport che aveva cancellato il dramma della guerra e riunificato i popoli.

 

Per decidere dove disputare la settima della Coppa Rimet, la Fifa si riunì a Lisbona nel 1956. Dopo due edizioni giocate in Europa, venne deciso che la kermesse iridata dovesse tornare in Sudamerica, ma nonostante la forte candidatura dell’Argentina la scelta ricadde incredibilmente sul povero Cile. Grande fu lo scalpore: non solo da parte del popolo argentino che da tren’tanni bramava l’organizzazione del prestigioso torneo, ma anche di molti paesi europei, Italia in primis. Sin da subito la stampa italiana criticò aspramente la decisione della Fifa, raccontando lo spaccato di un paese sottosviluppato con numerosi problemi socio-economici, e certamente non in grado di organizzare una competizione di quel tipo. Il Cile era infatti un piccolo stato nel pieno di una grande battaglia politica, che nel decennio successivo sarebbe sfociata in un sanguinosissimo golpe e nell’instaurazione di una feroce dittatura. Artefice principe di questa designazione fu Carlos Dittborn, che grazie all’aiuto delle altre federazioni sudamericane (il Brasile non avrebbe mai accettato di buon grado di partecipare ad un mondiale argentino) e una serie di giochi politici elettorali ottenne la clamorosa assegnazione.

 

Italia: boom economico e voglia di riscatto

Gli anni 60 si aprirono con l’Italia in pieno miracolo economico. Il boom eccitò un paese che si scoprì industriale e ormai avviato verso profonde trasformazioni. Anche il calcio andava in contro a tempi nuovi: archiviata l’amara figura nordirlandese, si fece di tutto per ricostruire una nazionale forte che si lasciasse alle spalle un decennio nero, contrassegnato da due partecipazioni ai Mondiali davvero ben poco gloriose e addirittura il forfait nell’ultima edizione. Almeno queste erano le intenzioni, ma i risultati ottenuti dagli azzurri dopo la disfatta di Belfast furono davvero mediocri. Dal 23 marzo ’58,  data della gara persa per 3-2 contro l’Austria che costò la panchina ad Alfredo Foni, al 10 dicembre 1960, in dieci partite tra amichevoli e coppe internazionali ottenemmo una vittoria, 5 pareggi e 4 sconfitte. Il dopo Foni fu contraddistinto da tanta incertezza e continue successioni: prima la coppia Mocchetti-Viani, poi il due volte campione del mondo Giovanni Ferrari, ancora Viani, e infine di nuovo Ferrari, il tecnico col quale andammo a giocarci la qualificazione a Cile ’62 nella doppia sfida con Israele. Nella gara d’andata disputata a Tel Aviv il 10 ottobre ’61, l’iniziale spavento del doppio svantaggio fu cancellato dalla rimonta azzurra che chiuse la gara vincendo per 4-2. La pratica fu definitivamente archiviata con il 6-0 inflitto agli israeliani 20 giorni dopo a Torino.

Nei primi giorni del maggio ’62 però la panchina della nazionale subì un altro stravolgimento, con il presidente della “SpalPaolo Mazza chiamato ad assistere Giovanni Ferrari nella commissione tecnica azzurra. Ad affiancare Giovanni Ferrari però avrebbe dovuto esserci Helenio Herrera, allenatore argentino dell’Inter già 4 volte campione di Spagna con Barcellona e Atletico Madrid, che invece in Cile fini per guidare la nazionale spagnola. Il rimpiazzo di Herrera doveva essere  l’allenatore del Milan, Nereo Rocco, l’uomo giusto per guidare il cospicuo blocco rossonero su cui si fondava la Nazionale, ma una lettera che lo stesse Rocco scrisse a Gianni Brera –prontamente pubblicata su “Il Giorno“– nel quale sparava a zero su Mazza e Ferrari, tolse al Paròn questa ghiotta opportunità. Indipendentemente da chi sedeva in panchina, quella convocata in Cile era una rosa forte e competitiva. Assieme agli affermati Buffon, Cesare Maldini, Radice, Mora e i giovani Rivera e Bulgarelli, ad aumentare il livello tecnico della squadra c’erano i forti oriundi argentini Sivori e Maschio e i brasiliani Altafini e Sormani.

 

Sulla carta quello era un Mondiale in grado di esibire il meglio dell’aristocrazia calcistica internazionale. Da Brasile campione in carica dei funamboli Pelè, Garrincha, Vavà, alla Spagna di Gento, del naturalizzato Puskas e dell’interista Suarez, dalla Jugoslavia campionessa olimpica in carica di Sekularac e Skoblar, all’Urss fresca vincitrice per primo campionato Europeo del ‘Ragno Nero’ Lev Jascin, passando per la Cecoslovacchia di Masopust e l’Inghilterra di Moore, Greaves e Charlton. Completavano il quadro delle partecipanti Argentina, Bulgaria, Cile, Colombia, Germania Ovest, Messico, Svizzera, Ungheria e Uruguay.

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Due ‘destri’ ci buttano fuori dal mondiale. Il Brasile si conferma squadra da battere

La formula del torneo ricalcava quella di Svezia ’58, eccezion fatta della regola per stabilire il passaggio del turno in caso di parità di punteggio, cioè non più lo spareggio bensì il quoziente reti (si calcolava dividendo le reti segnate per le reti subite, la squadra che aveva il rapporto più alto guadagnava una posizione di classifica migliore), utilizzato per la prima e unica volta nella storia delle fasi finali. Le 16 nazionali vennero suddivise nelle 4 città selezionate per ospitare gli incontri: A Santiago Cile, Italia, Germania Ovest e Svizzera; a Rancagua Argentina, Bulgaria, Ungheria e Inghilterra, a Vina del Mar Brasile, Messico, Spagna e Cecoslovacchia e nella decentratissima Arica, 2000 km da Santiago, Uruguay, URSS, Jugoslavia e Colombia.

Nella partita inaugurale del Mondiale i padroni di casa del Cile superarono agilmente la Svizzera per 3-1, mentre Italia e Germania Ovest si annullarono a vicenda chiudendo il loro incontro a reti bianchi. Questo risultato obbligava l’Italia al tutto per tutto nella seconda partita, in programma proprio contro i padroni di casa, ma gli azzurri neanche potevano immaginare quello che gli avrebbe aspettati il giorno della partita.

«Il Cile è povero, piccolo, fiero. La capitale dispone 700 posti letto, il telefono non funziona, i taxi sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma per l’Europa costa un occhio della testa, una lettera area impiega 5 giorni. Interi quartieri della città praticano la prostituzione all’aria aperta. Il Cile, sul piano del sottosviluppo, dev’essere messo alla pari di tanti paesi Africa e Asia». Questo il quadro non proprio benevolo riportato da due giornalisti italiani inviati in Cile poco prima dei Mondiali. L’eco di questi articoli rimbalzò rapidamente in Cile, ferendo l’orgoglio della gente pronta ad accogliere l’Italia con il coltello tra i denti. I fiori offerti dagli azzurri al pubblico prima della partita, e subito rispediti al mittente, non servirono a placare l’ostilità di un clima che assomigliava più a quello di una battaglia che di una partita. Ad alimentare la furia dei cileni c’era anche l’indignazione per i numerosi oriundi che vestivano la nostra maglia, ritenuti dai sudamericani veri e proprio traditori. Vista la situazione, la commissione tecnica pensò di sostituire 6/11 della formazione utilizzata contro la Germania con una squadra da combattimento, rinunciando però ai giocatori più talentuosi. La scelta non dette gli effetti sperati, perché dopo appena 6′ Ferrini, colpito da un calcione di Landa, reagì in modo plateale obbligando l’arbitro inglese Aston a mostrargli il cartellino rosso. La frittata del fischietto britannico venne completata al 41′, quando David colpì Sanchez nel tentativo di rubargli il pallone, il cileno si rialzò e per tutta risposta rifilò un pugno violentissimo all’azzurro mettendolo ko: invece di sanzionare Leonel Sanchez, figlio dell’ex campione di pugilato Juan, Aston espulse David. In 9 contro 11 perdemmo 2-0. E pensare che i dirigenti italiani rifiutarono la designazione di un arbitro spagnolo, pensando potesse favorire i padroni di casa vista la comunanza della lingua. Nell’altro incontro del secondo turno, il successo della Germania Ovest per 2-1 sulla Svizzera concludeva anzitempo la nostra avventura cilena. Inutile il 3-0 alla Svizzera (reti di Mora e doppietta di Bulgarelli) nell’ultima gara del girone, ai quarti andarono tedeschi e cileni.

 

Negli altri gironi partì molto bene il Brasile che esordì battendo il Messico 2-0. Una brutta tegola cadde però sulla testa dei carioca in occasione della seconda partita, quella contro la ruvida Cecoslovacchia del talento Josef Masopust. Ogni volta che i funambolici brasiliani partivano palla al piede, i difensori cechi usavano le cattive per cercare di fermarli. Pelè, che aveva già una caviglia malandata, venne messo definitivamente fuori uso dal calcione di un difensore ceco: per O’Rei il mundial cileno era già finito. La gara contro i cechi finì 0-0, e per accedere ai quarti i brasiliani avrebbero dovuto battere la Spagna e superare lo shock per la perdita del loro campione. Nella partita contro gli spagnoli però il Brasile trovò in Amarildo un degno sostituto di Pelè, il quale regalò la vittoria sugli iberici (2-1) con una fantastica doppietta. Ai Cechi bastarono invece 3 punti (ininfluente la sconfitta col Messico nell”ultimo turno) per seguire il Brasile ai quarti.

Molto bene fece anche l’Ungheria, che a distanza di 8 anni dalla disfatta di Berna (nel Mondiale del ’54) e orfana di Puskas naturalizzato spagnolo, sembrava aver trovato degni eredi dell’imbattibile Aranycsapat. I magiari chiusero in testa il loro girone, battendo in ordine l’Inghilterra per 2-1, la Bulgaria per 6-0 e pareggiando 0-0 con l’Argentina. A ruota gli inglesi, avanti grazie al successo sui sudamericani e il pareggio con i bulgari.

L’ultimo girone fu dominato dall’Urss, imbattuta dopo le vittorie su Jugoslavia e Uruguay e il pareggio con la Colombia. Dopo la sconfitta all’esordio con i sovietici, la Jugoslavia recuperò le forze per battere Uruguay e Colombia e qualificarsi come seconda classificata

 

L’esplosione di Manè, il Brasile vola verso il secondo titolo

I quarti di finale misero di fronte Brasile e Inghilterra, due formazioni portatrici di calci diversi, opposti per molti aspetti. Nonostante l’Inghilterra disponesse di una buona formazione, alla fine a spuntarla fu il calcio bailado: grazie ad uno straordinario Garrincha, autore di una doppietta, i brasiliani vinsero per 3-1 e volarono in semifinale.

Negli altri quarti di finale non mancarono le sorprese. Il Cile padrone di casa riuscì nell’impresa di accedere in semifinale superando per 2-1 l’Urss, la Jugoslavia vinse di misura sulla Germania Ovest per 1-0, e la Cecoslovacchia si impose con lo stesso risultato sull’Ungheria. Oltre al talento Masopust, i cechi trovarono nell’estremo difensore Schroiff una vera roccaforte. Numero uno dello Slovan Bratislava, di fama piuttosto modesta prima del mondiale, Schroiff in Cile fu protagonista di eccezionali prodezze. Furono proprio suoi tre miracoli contro gli ungheresi a blindare il gol di Scherer e a trascinare i suoi in semifinale 24 anni dopo Francia ’38.

 

In Semifinale, l’entusiasmo e il calore del tifo casalingo non bastarono al Cile per avere la meglio sul grande Brasile. Nella prima mezz’ora Garrincha fece letteralmente venire il mal di testa ai padroni di casa con un altra doppietta; a fine primo tempo Toro accorciò le distanze, ma Vavà, ad inzio ripresa, riportò sul +2 i verdeoro. La Roja mai doma trovò con il rigore di Sanchez la rete della speranza, ma il bomber Vavà mise il punto esclamativo sulla vittoria del Brasile con il definitivo 4-2. Protagonista di una violenta caccia all’uomo, a fine gara Garrincha reagì all’ennesimo calcione subito e venne espulso. All’uscita dal campo, un sasso scagliato dagli spalti gli colpì la testa provocandogli una profonda ferita che richiese con tre punti di sutura.

Molto tirata fu anche l’altra sfida di Semifinale, quella che mise di fronte le due rivelazioni del torneo: Cecoslovacchia e Jugoslavia. Dopo un primo tempo chiuso a reti bianche, la gara si accese nella ripresa: Kadraba portò in vantaggio i boemi, ma 20′ dopo Jerkovic ristabilì la parità. Fu la doppietta di Sherer, arrivata tra l’80’ e l’87’, e regalare ai cechi la seconda finale di Coppa del Mondo (e fino ad oggi ultima) della loro storia.

 

Il 16 giugno il Cile firmò ufficialmente il suo ingresso nell’almanacco della storia dei Mondiali. La rete di Rojas al 90′ bastò ai rossi per avere la meglio della Jugoslavia e portare a casa la medaglia di bronzo.

 

A 15 giorni esatti di distanza dal primo incontro, Brasile e Cecoslovacchia si ritrovarono a Santiago per giocarsi la 7^ Coppa Rimet. La vigilia dei brasiliani fu però alquanto tormentata. Alla fine Garrincha non fu squalificato, ma le attenzioni ricevute dai cileni e primi sintomi di un influenza dovuta all’incombente autunno dell’emisfero australe, non gli permisero di essere al meglio. Pelè fece di tutto per apparire almeno in finale, ma nonostante le sue pressioni lo staff medico gli negò il provino della vigilia.

Ad ogni modo i verdeoro restavano i favoriti di questo incontro. Il forfeit di O’Rei responsabilizzò tutta la squadra, che poteva contare sulla sorpresa Amarildo e sullo stato di grazie di Garrincha. Furono però i cecoslovacchi, per nulla intenzionati a ricoprire il ruolo di vittima sacrificale, ad aprire la storia della finale dopo 14′ con la rete di Masopust. Proprio come 4 anni prima in Svezia, i brasiliani incassarono il colpo e reagirono siglando il pareggio con Amarildo appena 3′ più tardi. Il primo tempo si chiuse in parità, ma nel secondo tempo i sudamericani vennero fuori alla distanza, trovando con Zito il gol del sorpasso a 20′ dalla fine. Trascinato dal tifo dei 60,000 dell’Estadio Nacional, il Brasile chiuse i conti al 78′ con il definitivo 3-1 siglato da Vavà.

 

L’edizione cilena fu senza dubbio una delle più povere sotto il profilo tecnico della storia dei Mondiali. Verrà ricordata per le ripetute violenze e numerosi falli, che toccarono l’apice nella ‘Battaglia di Santiago‘ tra Cile e Italia.

Con il secondo trionfo il Brasile raggiungeva così Italia e Uruguay nell’albo d’oro della competizione. Un successo meritato col quale i verdeoro si dimostrarono grandi anche senza il proprio fuoriclasse. Per Pelè, come vedremo, le occasioni per per rifarsi non mancheranno.

 

Le luci della ribalta però spettarono tutte a Manè Garrincha, arrivato 28enne all’appuntamento come la più forte ala destra del mondo, e probabilmente di tutti i tempi. Veloce, dotato di una tecnica sopraffina e di un atipico quanto irresistibile dribbling, Garrincha fu un personaggio amabile e spensierato, incoronato a idolo della torcida che lo definì “Alegria do Povo”.

Assieme a lui brillò come detto anche Amarildo, capace di non far rimpiangere Pelè (mica cosa da poco!). L’estate successiva arriverà in Italia per vestire le maglie di Milan, Fiorentina e Roma, riuscendo a vincere uno storico scudetto, l’ultimo fino ad oggi, nel ’69 proprio con i viola.

Una citazione la merita anche Josef Masopust, faro dell’11 cecoslovacco che con la sua classe ed eleganza trascinò i compagni fino alla finale. Mezz’ala arretrata di squisito valore tecnico e abilissima nel palleggio, Masopust aveva uno straordinario intuito nel lanciare gli attaccanti a rete. Nel ’62 venne premiato col Pallone d’Oro, riconoscimento istituito nel ’56 dalla prestigiosa rivista francese “France Football” per il miglior calciatore europeo.

Carlo Alberto Pazienza

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SPECIALE MONDIALI:

> “World Cup Story -Il gioco più bello del mondo” (Part. 1)
Uruguay 1930 (Part. 2)
Italia 1934 (Part. 3)
Francia 1938 (Part. 4)
Brasile 1950 (Part. 5)
Svizzera 1954 (Part. 6)

> Svezia 1958 (Part. 7)

 

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