Cesare Basile @Rocksteria Music Brunch

Dimmi quel che sono..

– «E ho chiesto al corvo sul tuo seno,
gli ho chiesto ancora una volta: dimmi chi sono
non dirmi quel che ero»
“Il sogno della vipera”. Cesare Basile

 

Scusa se mi intrometto. Anche se non ho le ali, anche se non ti caverò gli occhi, anche se (mio malgrado) non ho un seno su cui posarmi, proverò comunque a darti un responso. Ché magari non avrò le ali ma una penna –almeno una– sì.

Basile è un fisico di quarant’anni che si porta a spasso una faccia sui settanta, è una scia di fumo che lo segue come fosse lo scolo fluido e naturale dei suoi rivoli di capelli grigi. Ha le scarpe ruvide di chi ha camminato parecchio ma i lacci annodati di chi ha trovato un posto dove mettersi a sedere. Basile è uno con la fronte troppo alta e le occhiaie troppo marcate per avere bisogno di qualcuno che gli dica chi è. Secondo me lo sa benissimo.

 

Siamo al Soul Kitchen, dove questa domenica si tiene la nuova tappa romana di Rocksteria (che se non avete ancora capito cos’è fatevi un giro tra i report precedenti, non mi va di starlo sempre a rispiegare). Federico Fiume, ideatore, organizzatore e moderatore della rassegna (insieme a Raffaella Mastroiacovo a formare il “Wild Brunch“), aspetta che tutti finiscano di consumare il rinomato brunch, poi lascia che Basile prenda in mano la chitarra. E la chitarra suona.

E mentre suona io penso una cosa che ora che ve la dico voi amanti della musica molto romantici mi ucciderete. Che della musica mi importa poco, almeno qui a Rocksteria. Perché siamo lontani dal fascino notturno del musicista impegnato a ingolfarti di canzoni dall’alto di un palco immerso nella penombra alcolica di un locale di cui a stento vedi le pareti. Qui c’è qualcosa di brutale che investe in pieno colui che suona e che oggi si chiama Basile: è la luce pomeridiana post pranzo che ti fa vedere la crudezza di uno che ti racconta una canzone mentre stai ancora digerendo le patate. Diamine, credo sia la cosa più bella.

Perché questo non è il luogo migliore per concentrarsi sull’arte, datemi retta. Per una volta, invece di accentare quello che un uomo dice, potete concentrarvi sul perché lo dice. Perché avere un cantautore a un paio di metri ti fa scoprire molto più di quanto si sappia in giro. Non ti serve l’artista perché puoi osservare una persona. Puoi vederla masticare, scoprire come mozzica la vita. Come beve. Quanto beve. Figuriamoci. Ti può capitare che si alzi per andare al cesso a metà concerto e mentre lo fa ripensi a pochi minuti prima, quando cantava “..un sacco per mangiare e uno per pisciare”. E così esce la persona, torna l’artista. Certo che, Basile, se per assurdo stai leggendo queste righe, stai sereno. Mi diverto a osservare, ma non sono uno stalker; non mi troverai sottocasa a controllarti. Mica per niente, ma la Sicilia è lontana.

Perché di Sicilia stiamo parlando. Della Sicilia e di uno che le ha voltato le spalle dandole la colpa della propria insoddisfazione e dei propri fallimenti. E allora via, a spasso per l’Italia con la chitarra a tracolla come un vero bluesman, un vero bluesman mediterraneo. “I poveracci, in America, suonavano per non avere un padrone. Così fanno i cantastorie”. Trasuda anarchia, ma la sua non è una bandiera; è il calcio che gli riveste le ossa e lo tiene in piedi, anche se non te lo dice. E non sembra esserci ricerca nelle cose che sputa fuori dalle dita, emerge solo un bisogno di concretezza ed essenziale che sotto il folk scarnificatore ha trovato il suo riparo: “ci sono poche cose da raccontare e non devono essere sommerse”. E difatti il lavoro melodico di Basile è quasi assente, si direbbe una prosa cantata dove le parole sono scelte con cura ma se ne fregano abbastanza della metrica e delle rime.

A queste condizioni Basile si è mosso in lungo e in largo prima di guadagnarsi i cinquant’anni e rendersi conto che forse l’Italia e la Sicilia non sono così distanti e non sono così diverse. E allora riattraversiamo lo stretto, torniamo a Catania e guardiamola in faccia. Ché se le cose non sono come dovrebbero essere mettiamo mano alle mani e proviamo a farcele come ci piace. Ecco Basile tra gli occupanti del Teatro Coppola a  sfidare il clamoroso silenzio delle amministrazioni e i vari ladri che sono scappati con i soldi destinati alla ristrutturazione. La verità è che dei soldi si potrebbe fare a meno, a Catania come per tutto lo stivale, se si ha volontà. Allora sono i cittadini stessi ad armarsi di lavoro e a rimettere in piedi il teatro che oggi, a buon diritto, ha un nuovo epiteto: Teatro dei cittadini.

 

Da questa esperienza nasce il nodo con il quale avevamo cominciato il pomeriggio e che io vi ho invece lasciato per la fine, un nodo che vi racconterò per esteso perché mi preme molto, perché è emblematico del nostro Paese e delle persone che lo abitano, nel bene e nel male.

C’era una volta
È arrivato un giorno in cui quelli del Club Tenco si ricordano di Basile e decidono di dargli un premio per i brani in siculo nel suo ultimo cd, così gli assegnano la targa per il miglior disco in dialetto (o meglio “in lingua”, come si premura di specificare lui che insieme a De André e tanti altri è convinto di così nobilitarlo e contenti loro). “È un riconoscimento postumo”, sorride amaramente Basile. Ma i riconoscimenti, per carità, fanno piacere a tutti, anche a lui. E fin qui è una storia a lieto fine.
Ma un giorno arriva Gino Paoli che una volta era l’artista ribelle che si sparava addosso per il male di vivere, che metteva incinta donne a caso perché non era borghese, che voleva cambiare il mondo e che oggi ha lasciato i suoi tre amici al bar e si è ritirato nei piani alti della SIAE, da lì inveisce contro quelli che non le versano i giusti contributi, quelli che lui provvederà a ripartire equamente tra i suoi amici e quelli ai vertici delle classifiche. Allora si è svegliato di malumore e messo a starnazzare contro i teatri occupati (quelli come il Teatro Coppola/Teatro dei Cittadini a Catania o il Valle a Roma, per capirci). Che cosa c’entra questo con la targa Tenco per Basile? Ora ve lo dico, un attimo.
– La SIAE è partner del Premio Tenco.
– Il Premio Tenco è organizzato dal Club Tenco.
– Sia il Premio che il Club sono intitolati a Luigi Tenco.
– Luigi Tenco è quello che si è sparato (un po’ più di Paoli) per la disperazione di non riuscire a incidere nella realtà, la disperazione di vedere che, nonostante la sua guerra, nulla cambiava mai.

È così che il Club Tenco, forse per non dare a Luigi il dispiacere di essersi suicidato senza motivo, ha deciso di avvalorare le sue ragioni e di appecoronarsi a chi sbraita seduto sulle poltrone tenendo la borsa dei denari sottobraccio, affinché nulla cambi mai. Così il Country Club Tenco rende noto in una nota che il Club Tenco di Sanremo, preso atto del forte contrasto emerso negli ultimi giorni tra il Teatro Valle di Roma occupato e la Siae, ha deciso di annullare la manifestazione “Situazioni di contrabbando” programmata al Teatro Valle.
Ora, a parte il fatto che se organizzi una serata chiamata “Situazioni di contrabbando” e poi ci rinunci perché qualcuno ne discute la legalità fai risaltare grandemente la tua intelligenza, bisogna specificare che tra i vari artisti che avrebbero dovuto prenderci parte c’era anche il nostro, Cesare Basile. E così abbiamo chiuso il cerchio.

La coerenza, come la peste, è una delle malattie in via d’estinzione nei nostri giorni, ma Basile è un uomo d’altri tempi, e ancora non è riuscito a farsela passare: per questi contrasti a lui poco digeribili ha rinunciato a ritirare l’ambita targa Tenco ed è rimasto tra le fila degli occupanti, in trincea, convinto che un artista abbia il dovere di schierarsi piuttosto che sottrarsi ai conflitti.

Perché di fondo, sotto quello sguardo un po’ sperduto, forse carico di rimpianti per non essere stato quello che avrebbe voluto, c’è la fedeltà che un uomo deve a se stesso, di chi non è venuto meno alle promesse che si è fatto da ragazzo. Uno che ha camminato e cantato tanto per le strade, sfuggendo gli specchi e che nonostante i solchi sulla faccia si somiglia ancora, si somiglia sempre. Uno che ti guarda con lo sguardo interrogativo: dimmi quel che sono.
Chi sei?
Sei quel che eri.

Matteo Mammucari

 foto: Sofia Bucci

 

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12 Comments

  • un quadro dell’uomo, del cantautore, dell’evento….davvero bellissimo.
    splendido post su questo affascinante sito
    🙂

  • sono sicula,potete immaginare quanto amo Basile.
    grazie a Mammucari per questo splendido articolo. ero troppo lontana per esserci…meno male che c’è Uki!

  • Questa Rocksteria deve essere una bella cosa
    Il post me lo ha fatto assaporare
    Peccato solo che Basile mi piace ma dopo un po’ smetto. Però grande rispetto
    Bel sito

  • Bellissime foto, molto evocative. Basile è un importantissimo personaggio, se non altro per le spalle musicali che rappresenta in Italia.
    Il suo ultimo disco è molto suggestivo.
    Anch’io mi sono perso una bella giornata…….. 🙁

  • Casare Basile esempio di coerenza!
    Sempre belli i report di questo evento, davvero particolare!
    Complimenti al Mammucari con cui concordo. E poi sempre grande Uki…..le foto del post di Bucci sono davvero splendide.
    Ma questo rocksteria non passa per Milano?

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