Caparezza @ Palalottomatica (Roma) – 11/2017

La festa è finita!

Errare è umano, dicevano. Ma, personalmente, ho sempre interpretato quell’ ”errare” non nel senso comune di “sbagliare”, bensì inteso come “viaggiare, vagabondare”. E se questo è vero, dal punto di vista filosofico, Caparezza è forse l’artista più umano nella scena italiana. Ma questo errare lo ha portato a una maturazione improvvisa, a stretto giro. Dopo aver visto per anni i suoi concerti, per la prima volta, al termine della setlist, sento un messaggio differente: la festa è finita.

Il Palalottomatica, ormai tappa fissa di ogni tour del Salvemini, è sold out praticamente da quando è stata annunciata la data, a riprova dell’immenso seguito e affetto di fan che aumentano a una velocità esponenziale. Ma già dall’inizio si capisce che qualcosa è cambiato, la stessa attesa del concerto ha qualcosa di differente. E la causa è probabilmente proprio il nuovo disco, “Prisoner 709“. Un album per la prima volta scuro, cupo, intimista ed estremamente personale, segnato dal fischio sottile ed onnipresente dell’acufene (il “larsen”) che ha colpito Caparezza già dal 2015. Lui stesso ci ha più volte ironizzato su; dopotutto, ha colpito anche Beethoven, Jonathan Swift e Michelangelo Buonarroti (e Pete Townshend dei miei amatissimi Who, aggiungerei, giusto per citarne un altro). Ma è chiaro che una patologia di questo tipo ti spinge inevitabilmente a fermarti e a pensare, a cercare un’inevitabile evasione da quella claustrofobica gabbia che è una testa che scoppia continuamente, di cui si è obbligati ad accettare l’esistenza («Se arriva larsen, te lo devi tenere»).

Ed ecco che allora cambia tutto; le scenografie sono più curate, per la prima volta, insieme alla storica band, compaiono sul palco quattro ballerini e due coriste, a dare un maggiore senso di movimento all’esibizione, che quindi risulta più studiata, e meno viscerale, seppure ugualmente coinvolgente.

E poi, i brani, il vero centro: “Prisoner 709suona meravigliosamente dal vivo. Ancora meglio che su disco, se ne apprezzano le atmosfere plumbee e grevi, a tratti inquietanti, accentuate da effetti di luce di grandissimo impatto. E anche la seconda parte del set, quella più festaiola, costituita dai brani storici, assume tutta un’altra luce, più seria, più matura, e a riprova vi è anche la scelta delle vecchie canzoni: vi sono quasi tutte quelli più amare e caustiche.

Il senso è chiaro alla fine, con le ultime parole del Capa prima di congedarsi dal pubblico romano: «Almeno una volta ogni tanto, mettete in discussione voi stessi». Lui lo ha fatto, e si è rivelato un artista formidabile e completo, ancora più del passato. Caparezza è maturato, ed è diventato prima di tutto Michele Salvemini. L’uomo ha superato l’artista. E al termine della serata, di spunti di riflessione se ne hanno parecchi di più di prima. La festa è finita, indubbiamente; ma, oggi, uno stimolo al saper ragionare è un dono incredibilmente più grande.

 

Federico Ciampi

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Setlist:

Prosopagnosia
Prisoner 709
Confusianesimo
Una chiave
Ti fa stare bene
Migliora la tua memoria con un click
Larsen
L’uomo che premette
Minimoog
Autoipnotica
Prosopagno sia!
Fuori dal tunnel
Legalize the Premier
Non me lo posso permettere
Jodellavitanonhocapitouncazzo
Goodbye Malinconia
China Town
La fine di Gaia
Vieni a ballare in Puglia
Mica Van Gogh

-encore:
Avrai ragione tu (ritratto)
Vengo dalla luna
Abiura di me

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