Buenos Aires Beach

Viaggio di un ragazzo del sud, clandestino nella sua America. Porta con sè un ritratto sbagliato, di ciò che non ha trovato... [Racconto breve]

Si era nascosto nel vagone dei congelatori. Trasportavano pesce, tonno e salmone che, con tutta probabilità, sarebbero andati dritti dritti nei tramezzini che tanto piacciono agli impiegati del ceto medio americano e poi nelle loro pance gonfie.
Altrettanto probabile che quel pesce fosse stato pescato da suo padre, dal nonno e da lui stesso, Abel.
Lo zio lo aiutò a nascondersi lì dentro. Era il capotreno, probabilmente il parente che aveva fatto più carriera in tutta la famiglia ed era il fratello di Isha, la madre di Abel.
Isha se ne andò una settimana prima del quinto compleanno del figlio.
Fuggì. Era andata a vivere al nord, in Virginia. Abel lo sapeva, le sorelle maggiori ne parlavano di nascosto, di continuo.
Era da lei che stava andando.

La famiglia di Abel era molto cattolica, una famiglia tradizionale. La nonna e le sorelle erano sempre a casa, se ne prendevano cura, la tenevano pulita e ordinata, uscivano solo per raccogliere quello che coltivavano nella terra dietro la baracca in cui vivevano tutti insieme oppure per andare alla cappella a pregare.
Abel, suo nonno e suo padre lavoravano in mare, a volte stavano fuori per settimane. Il nonno era lì che voleva finire i suoi giorni, nell’Atlantico. Il padre, instancabile e invincibile, era un mito per Abel. Gli aveva insegnato tutto della pesca, del mare, dei venti e delle coste, tutto quello che sapeva e tutto quello che era gliel’ aveva donato. Come un Edipo da manuale, Abel percepiva il desiderio di morte e sostituzione nei suoi confronti e di protezione apprensiva e attrazione per la madre, nonostante non avesse grandi ricordi di lei, se non quello ispirato da una foto in particolare, quella foto che gli faceva ricordare di quando il padre lo prendeva sulle spalle, lo manteneva forte con una mano sola e con l’altra teneva la mano della moglie.

Gli avevano spiegato che aspetto avesse ora, dopo dodici anni dallo scatto di quella foto nel giorno del suo quarto compleanno: sguardo pulito e volto sporco, di cipria; capelli lunghi, ordinati, dei ricci perfetti; gambe muscolose, non proprio comuni nella borghesia nordamericana, ma curate, e questo si che era comune. D’estate foulard e ballerine bianco panna, d’inverno pelliccia e alti stivali di pelle. Nella foto, piuttosto, era così pulita in volto, così semplice nel presentarsi, scalza, pura. La terra dei campi la sporcava, una volta. Il nome del figlio lo scelse lei. Abel: dolcezza, umiltà, fedeltà, figlio, respiro e paradossalmente, vanità. Era da lei che stava andando, dalla vanità che gli aveva dato la vita e a cui era naturalmente fedele.

 

Il treno arrivò in un porto dopo una quindicina di ore. Gli operai cominciarono a svuotare i vagoni e Abel scese e cominciò a correre. Entrò in un bar e si nascose tra la clientela e rimase lì per due ore. Una folla incredibile era lì al porto. C’erano operai, marinai, scaricatori, ufficiali e un’ enorme quantità di persone vestite in modo distinto, pronte per imbarcarsi per passare le vacanze chissà dove nel mondo. All’imbrunire la maggior parte della gente era partita, i parenti dei viaggiatori, dopo i saluti, erano tornati a casa, gli operai stavano smontando. Una nave sola doveva ancora salpare, per l’Europa. Nel bar, da un grammofono arrugginito, si sentiva una canzone “Buenos Aires beach”. Parlava anche di Abel ma lui non lo sapeva, non conosceva altra lingua oltre allo spagnolo. Una coppia di ragazzi la cantava. Decise di uscire, voleva arrivare al cantiere e nascondersi lì per la notte. L’indomani avrebbe cominciato la ricerca. Una corsa dal bar al cantiere, velocissimo. Non voleva farsi vedere altrimenti chissà dove l’avrebbero portato. Gli cadde un foglio dalla tasca dei pantaloni, ma non se ne accorse. Una donna lo raccolse, cercò di chiamare il ragazzo che correva come un pazzo per ridargliela ma lui non capì. Aveva cercato di attirare la sua attenzione in inglese ma fu inutile. Qualche piccolo particolare, però, l’aveva incuriosita. La donna spiegò il foglio, era una foto. Allibita, si voltò verso il compagno spontaneamente; lui non capì lo sguardo della donna cosa volesse dire e lei cercava di reprimere ogni manifestazione, ma aveva la paura negli occhi, la paura che il compagno scoprisse tutto. L’uomo, che fortunatamente non aveva capito, rispose allo sguardo con un cenno come a dirle di muoversi, la nave stava per salpare. La donna rivolse di nuovo gli occhi al ragazzo, ormai lontano verso il cantiere, piegò la foto, alzò la lunga pelliccia fin sopra le ginocchia e la infilò nel lungo stivale di pelle. La nave salpò. Isha, la vanità, rivide il figlio che mai avrebbe voluto rivedere, e lo nascose all’uomo che soddisfaceva la sua avidità. Abel, la fedeltà, non seppe mai che aspetto avesse sua madre.

 

Alfredo Cannizzaro

 

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