Bud Spencer Blues Explosion: “Vivi Muori Blues Ripeti”

Dopo quattro anni d’attesa tornano i BSBE, con un album urgente e vitale, dedicato alla vita, alla sensualità e al viaggio, incentrato su un linguaggio semplice, ma maturo e diretto

Lo dico subito: da musicista quando mi arrivano in mano cose di questo tipo mi sento male. Per cui prima di iniziare la recensione di questo disco vado un attimo a bermi un tè. Torno subito.
Ricominciamo.
Il disco che oggi voglio proporvi è “Vivi Muori Blues Ripeti”, dei Bud Spencer Blues Explosion.

Per chi non sapesse di chi stiamo parlando, si tratta di un duo formato da Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio. Il nome particolare è un incrocio tra i Jon Spencer Blues Explosion, ed il mitico Bud Spencer, che a quanto pare è un mito anche per il duo italico.
Fu proprio il nome particolare che mi avvicinò molto alla loro musica, che poi è molto vicino ai miei gusti. Rock, Blues, crudezza o crudità di musica direi. La musica che piace ai puristi del plug & play.

Ma torniamo a loro. Be’, i due musicisti è inutile spiegare chi sono, cosa hanno fatto. Sono due forti, fidatevi. Vantano una sfilza di esperienze musicali che dovrei fare una recensione solo per quello, per cui andiamo avanti.

Dicevo, dopo quattro anni, ecco di nuovo vedere i Bud Spencer Blues Explosion tornare in sala, ed il disco è una novità anche per loro. A differenza dei precedenti innanzitutto trovo che abbiano dato libero sfogo alle idee. Non so come verrà arrangiato in chiave live, ma in questo disco gli strumenti non rimangono chitarra e batteria, ma l’implementazione e l’uso di altri supporti sonori è presente.
Ma quello che più mi è piaciuto è l’uso degli effetti sulla voce e i testi molto liberi e che viaggiano in libertà sull’octaver di Adriano.

La tracklist è di 10 brani.
Non ci si stacca mai dal blues, ma lo si interpreta un po’ come hanno fatto anni fa i Black Keys, dandogli una vena più pop e più digeribile, o perlomeno meno monotona.

Il primo brano è “E tu?” ed è una sorpresa. Il ritmo e i suoni quasi western si fondono ad un testo molto basilare, ma che diventa un loop continuo con quell’ «..e tu?» che si ripete costantemente. Viene da subito da cantarsela in testa e da cercare qualcuno a cui dire «..e tu??».
Il secondo si chiama “La donna è blu” ed è un pezzo veramente molto alla Black Keys. Cito loro per poter dare un’idea chiara a tutti, ma il retaggio è molto più profondo. La voce di Viterbini riesce da sola a riempire lo spazio occupato da una batteria con delle pelli molto rilassate, volutamente ammorbidite per generare maggiore headroom a mio parere.
Il terzo brano invita subito a ballare e si chiama “Dove”. Interviene per la prima volta nell’album un organo che è piazzato in modo talmente dosato da aspettarlo ardentemente in ogni ritornello. Sempre godurioso il suono fuzzoso della chitarra di Viterbini che quando raddoppia raggiunge tessuto sonoro di vera qualità.
Anche in “Di fronte a te di fronte a me”, quarto brano del disco, ho sentito molto dei Black Keys. Le differenze sono nelle capacità di Adriano nel dosare le sue enormi qualità di blues man e sopratutto nella variazione sonora dopo la strofa che aggiunge un qualcosa di dance anni ’80 totalmente inaspettato, ma gradito.
La traccia cinque “Allacci e sleghi” è la canzone più veloce del disco, e forse con il riff più hard rock, ed è un’altra di quelle che invita a scuotere la testa avanti e dietro.
Presto sarò chi sono” è la canzone che a livello musicale mi ha colpito di più, con l’uso di una sonorità orientale fin dall’inizio, e alcuni effetti nel ritornello che sfiorano l’elettronica. Lo stop con successiva progressione strumentale a tratti asiatica mi ha ulteriormente conquistato.
Con la settima traccia, “Coca“, il duo sceglie un ritmo più sincopato, con la chitarra che segue la voce e viceversa, ed il ritornello che incontra per la prima volta i cori. Molto Wolfmother in alcuni punti.
Arriviamo così ad “Enduro” che è la canzone che mi piace di più, perché ci sento gli anni ’60, un filo di Beatles e quindi mi sono innamorato.
Traccia numero nove, “Io e il Demonio”. La traccia parte più cupa. Il testo è quasi teatrale, molto bello, perfetto per un video. La voce di Viterbini diventa più satanica, e si affianca a quella dell’ipotetica figura demoniaca. Testo notevole.
Il disco chiude con “Calipso“, il pezzo che più di altri vedo pronto a spiccare il volo. «C’è una bugia nello specchio» è la frase cardine del pezzo, che è molto orecchiabile, piacevole e ballabile. Ma anche nella semplicità, i Bud Spencer Blues Explosion decidono di arrivare a 6:31 minuti e a sperimentare. E io divento ancora più felice.

Che dire. I Bud Spencer Blues Explosion escono con un disco forse più pop, ma più libero, più maturo, che a me è piaciuto. A differenza dei precedenti, questo lavoro dà spazio maggiore alle sonorità di altri strumenti all’interno dei brani, e se da un lato la caratteristica del duo era proprio quella di essere solo in due, dall’altro alternare sul palco pezzi in coppia, ed altri brani in formazione allargata può essere una svolta positiva.

Vi ricordo che troverete i Bud Spencer Blues Explosion in tour proprio in questo periodo, per cui se vi è piaciuta la recensione non perdeteveli dal vivo!

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Matteo Madafferi

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