Benedetto Croce e il Sant’Uffizio

«Un sistema filosofico è una casa che, subito dopo costruita e adornata, ha bisogno di un lavorio, più o meno energico, ma assiduo di manutenzione, e che a un certo punto non giova più restaurare e puntellare, e bisogna gettare a terra e ricostruire dalle fondamenta. Ma con siffatta differenza capitale: che, nell’opera del pensiero, la casa perpetuamente nuova è sostenuta perpetuamente dall’antica, la quale, quasi per opera magica, perdura in essa».
“Breviario di estetica”

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Le travagliate vicende degli intellettuali all’indice scossero e divisero l’Europa per molti secoli. Le tentacolari condanne della Santa Romana Chiesa hanno sistematicamente tarpato le ali alle idee considerate reazionarie, scardinanti un sistema solido a cui la tradizione Cattolica si affidava per mantenere il controllo della società. In questo modo il Potere Temporale poteva essere esercitato al cospetto di un popolo impossibilitato ad opporvisi perché scevro di spirito critico. Quella che oggi conosciamo come la Congregazione per la Dottrina della Fede, all’epoca di Galileo Galilei e Giordano Bruno era il Sant’Uffizio. La più importante istituzione della Chiesa, burbera e occhiuta condannava le opere ritenute perturbatrici dell’etica pubblica, la quale, non poteva divaricarsi dalla morale cattolica. In questo breve saggio prenderò in considerazione Benedetto Croce e il maglio della condanna che cadde impietoso sulla sua testa.

 

Erano gli anni trenta del secolo breve, immaginate un’Italia in balia del Fascismo da diversi lustri, calatevi nei panni di un intellettuale non allineato e capirete di cosa sto parlando. Mentre Don Luigi Sturzo riparava in Inghilterra, Antonio Gramsci veniva confinato e poi chiuso in un carcere. Nel ribollire delle vicende politiche l’attività intellettuale del Croce procedeva inesausta, l’Idealismo a cui apparteneva era ormai la filosofia di Stato. Il “divorziointellettuale da Giovanni Gentile era sancito da tempo, da quando il filosofo dell’Attualismo decise di aderire al PNF diventando Ministro della Pubblica Istruzione.

Il 21 marzo 1932, in una nota d’ufficio del Sant’Uffizio si appuntava che il volume di Benedetto Croce, “Storia d’Europa nel secolo decimonono“, era stato consegnato a monsignor Assessore dello stesso Sant’Uffizio dal Papa, nell’udienza del 20 marzo 1932, perché lo si esaminasse come solito. Il volume, in più copie, si trovava in biblioteca. Si avviava così il processo su questo libro di Croce, che avrebbe portato in tempi brevi alla sua condanna.

Ora facciamo un passo indietro per cercare di comprendere le scaturigini della condanna e la poderosa formazione intellettuale del grande idealista. Il Croce nacque a Pescasseroli il 25 febbraio del 1866 da famiglia assai agiata e formatosi negli anni universitari a Roma presso il Labriola, si trasferì intorno all’86 a Napoli, dove visse da allora la sua lunga e operosa vita. Dalle iniziali ricerche di carattere erudito nel campo dell’arte e della storia egli passò ben presto all’indagine sulla natura stessa dei problemi di cui si era venuto occupando. Un primo tentativo di dare ad essi una sistemazione teoretica lo troviamo nel suo saggio giovanile, “La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte“(1893): saggio nel quale, in polemica con la visione naturalistica dei positivisti, egli asserisce appunto che il conoscere storico dev’essere ricondotto sotto il concetto generale dell’arte, cosicché gli eventi umani non sono, come i fenomeni fisici, soggetti a un principio meccanico di necessità, ma sono, come le figurazioni artistiche, espressione di una libera attività creatrice. Ciò che nondimeno resta indeterminato nel saggio è il concetto stesso di arte: ed è proprio su tale concetto che Croce, negli anni successivi, concentrò la propria attenzione. Frutto di tali sue meditazioni fu la pubblicazione, avvenuta nel 1902, dell’ “Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale“.

L’avvento del Fascismo segna il progressivo distacco di Croce da Gentile, o, meglio, di Gentile da Croce: l’accentuato contrasto o atteggiamento critico di Gentile verso il pensiero di Croce e, più ancora, la diversa posizione da essi assunta nei confronti della dittatura Fascista valsero a cambiare i loro rapporti di sincera amicizia in rapporti d’irriducibile inimicizia. Se, infatti, Gentile aderì pienamente al nuovo regime dittatoriale e soffocatore di ogni libertà e se ne fece anzi propugnatore (Gentile vedeva nel Fascismo la realizzazione dello Stato etico e la consacrazione degli ideali del Risorgimento), Croce, dopo un periodo d’incertezza e di cauta adesione, si scostò da esso e decisamente gli si oppose, giocando contro il Fascismo la carta di un liberalismo ormai tramontato definitivamente.

A rendere la vita del Croce difficile s’impegnò pervicacemente, nello stesso periodo, l’altro assolutismo di cui abbiamo testé parlato. E d’altronde è di questo che si tratta: il Fascismo e la Chiesa altro non sono che due dispotismi che si contendono il dominio sull’uomo. Mi viene in mente un saggio che lessi qualche anno fa, scritto da Gustavo Zagrebelsky, intitolato“Scambiarsi la veste”. Ebbene in questo saggio si afferma che dal IV secolo a oggi, potere civile (segnatamente quello dittatoriale/totalitario) e potere religioso non hanno fatto altro che combattersi per indossare l’uno i panni dell’altro, quando non si sono accordati, alleandosi, per entrare entrambi in una stessa unica veste (vedi Concordato e Patti Lateranensi del 1929). Agli intellettuali restano poche strade da percorrere: l’allineamento o la ripulsa. Al Croce toccò l’ostracismo e del regime politico e dell’assolutismo ecclesiastico. La sua opera omnia venne condannata e inscritta all’indice dei libri proibiti; il regime lo isolò bruciandogli la terra tutt’intorno.

 

Giuseppe Cetorelli

 

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