Amori finiti e mantidi religiose

La fine di un rapporto, una mantide pentita, la solitudine e la comunicazione che ti fotte. La fine ti devasta, mandi giù, nella speranza di brillare ancora

«Siamo soli, senza scuse.
L’uomo è condannato a essere libero.
Condannato perché non si è creato da solo,
e ciò non di meno libero perché, una volta gettato nel mondo,
è responsabile di tutto quanto fa».
J.P. Sartre

 

E allora alla fine è morto un altro rapporto e vi siete lasciati anche voi.

Voi che, al di là delle motivazioni particolari e poco interessanti, vi siete lasciati perché “non c’è niente che sia per sempre“, come dicevano gli Afterhours. E dunque, se niente è per sempre, anche voi siete caduti nel favoloso tunnel del: “Mi piaci, usciamo, scopiamo, ti amo, conviviamo, prendiamo un cane, facciamo un figlio, ho un’altra, ti lascio”.

Eh?! Oh, ferma ’n attimo, famme capi’, mortacci tua. No, tesoro, non c’è niente da capi’. Il 90% delle volte entri ed esci da una relazione esattamente come entri ed esci dalle poste all’ora di punta: confuso, incazzato e co’ le pezze al culo. In tutto questo turbinio di fatti, pensieri, parole, opere e soprattutto omissioni, potete ritenervi leggermente più fortunati se siete stati voi a lasciare. Dico leggermente e dico fortunati solo per il carattere anticipatorio dell’atto, non fraintendetemi: chi lascia soffre (quasi sempre), ma quantomeno ha il vantaggio di sapere ciò che sta accadendo nel mondo reale. Il lasciato della situazione, invece, no. Il più delle volte manco se lo aspetta e, dal giorno alla notte, si ritrova a mangiare da solo in macchina una pizza fredda capperi e acciughe, chiedendosi da quanto, esattamente, non ha più una casa.

Ma la vita, si sa, è tutta un tentare e un fallire, e un fallire che dopo un tentare e dopo un altro fallire è ancora un fallire, e un fallire ancora e un tentare di nuovo. E allora sarebbe meglio fallire alla Beckett, dunque un fallire meglio, cioè un fallire Beckett. Sorrido. Beckett, non a caso. Adorabile uomo. Sorrido, triste, ma sorrido. Perché è strano dire o sentirsi dire “Ti lascio”. Lasci chi? Lasci cosa? Lasci dove? Lasci a chi? Mi lasci a me stessa? Ti lascio da solo? Prima mi tenevi e mo’ mi lasci? Come funziona? Ma che cazzo di espressione è? Sa tanto di “faccio-cose/vedo-gente”. Le parole sono importanti, e mica solo per Nanni sulla vespa, daje.

 

A volte mi viene in mente che sarebbe molto più semplice vivere le relazioni come una mantide religiosa. L’accoppiamento delle mantidi è caratterizzato da cannibalismo post-nuziale: la femmina, dopo essersi accoppiata, o anche durante l’atto, divora il maschio partendo dalla testa mentre gli organi genitali proseguono nell’accoppiamento. Così la specie rimane preservata e l’evoluzione della stessa (forse) continuerà. E perché lo fa? Per il semplice, banalissimo bisogno di proteine (niente di personale, dunque, contro il maschio decapitato), la signora necessita solo di proteine per una rapida produzione di uova (prova ne è che la femmina d’allevamento, essendo ben nutrita, sovente “risparmia” il maschio). Per quanto apparentemente sconsiderato come atteggiamento da riproporre in un contesto umano, sociale e soprattutto civile, dobbiamo ammettere che renderebbe la vita più semplice un po’ a tutti. O almeno alle donne di una certa stazza. Sarebbe, quantomeno, un’esperienza simpatica da provare, per poi raccontarla in allegria a cena a casa di amici.

 

Anyway, se prima eravate in due a ballare l’hully gully, adesso stai da solo a ballare l’hully gully. E mica è proprio così facile-facile. E non è facile realizzare che la casa che hai preso urgentemente in affitto (nel migliore dei casi) o la stanza che i tuoi ti hanno gentilmente reso come se fosse tornato l’adolescente dalla vacanza estiva (nel peggiore dei casi) si è magicamente riempita di scarpe, cartoni della pizza, mozziconi di sigarette, lattine vuote e vestiti appoggiati in ogni angolo, perché hai bisogno di essere decisamente borderline per non tornare alla realtà. E non è facile sapersi soli, viversi soli e sentirsi soli, di sicuro più soli della mantide post-coito, ma speriamo meno soli dei signori (spesso indiani) delle rose nei ristoranti. La solitudine: splendida, brutta bestia.

 

Che poi è simpatica la vita, perché prima dei trenta funzionava alla grande la formula “sesso-droga-rock’n’roll”, formuletta magica che sì, ti annientava un sacco di neuroni e di rapporti sociali, ma ti ridava anche una sorta di dignità marcia e compiaciuta davanti allo specchio (almeno fino alla mattina dopo). Dopo i trenta (a volte i trentacinque), invece, so’ cazzi amari, perché la formula funziona ancora, sì, ma solo per poco, se sei dotato di un cervello e un amor proprio funzionante. E allora che fai? Ti butti elegantemente sull’alcool, ma con la scusa dell’aperitivo lungo radical chic, ti schianti sulle più recenti e introvabili benzodiazepine, o ti rifugi tipo cane sotto la pioggia dal primo analista che ha un posto libero domani. Dura la vita del post-trentenne single che non vuole essere single. E ancora più dura la vita del post-trentenne single che non vuole essere single e che non ha né un figlio né un cane né un gatto. Oggi se sei solo e non hai almeno un figlio o un cane al seguito, non sei nessuno. Sei tagliato fuori da qualsiasi tipo di categoria civilmente ammessa e rispettabilmente tollerata. Quasi come se un figlio o un cane fossero una sorta di lasciapassare per il mondo dei socialmente accettati anche se non in coppia. Stai con qualcuno? No. Ma almeno hai un figlio? No. Un cane? No. Un gatto? No. Cazzo di mostro sei?! Vabbè, allora (Elio docet) mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza?

 

Strana la contemporaneità. Parecchio strana. No, però dici che stai bene, eh. Si, si, stai bene, nonostante tutto. “No, ma ti vedo bene…” “Si, ma infatti… diciamo che alla fine ho ritrovato i miei spazi… leggo, scrivo, ho rivisto tutti i miei amici, esco spesso… sono anche dimagrita!”. Si, ma infatti si vede che stai bene. Ti svegli con Burzum, caffè nero e pizza fredda, continui con Anthony and the Johnson, sigarette e vino rosso, e finisci in bellezza con Neurosis, whisky e Lexotan, però stai bene. Del resto, si vede. Siete ganzi voi che lasciate… e anche voi che fate quelli lasciati, che fate un po’ le vittime, che poi partite, tornate, Alexander Platz auf wiedersehen, ci vediamo questa sera fuori dal teatro, a Berlino che giorno è?

 

Che dire… probabilmente è tutto da rimandare ai problemi nella comunicazione tra esseri umani. Io, personalmente non credo nella comunicazione, anche se adoro imbarcarmi in discussioni tempestose che, spesso, faccio durare giorni, solo per il piacere di riprendere il discorso dicendo “E comunque ieri volevo dire che…”. Certe volte, arrivo a credere che la comunicazione sia assente anche in sistemi autoreferenziali. Mi convinco che non ci sia linguaggio più inadeguato di quello che noi scegliamo per noi stessi. Se riuscissimo a concepire -veramente- qualcosa di noi, forse, non saremmo complicati ordigni inesplosi in attesa di uno scontro. E lo scontro arriva quando, inespressi e incompresi, tocchiamo l’altro, attraverso la così tanto agognata e necessaria “comunicazione”. Il linguaggio, dunque, l’ultima forma di comunicazione umana: la più instabile, illusoria e ancora in fase di definizione. Il linguaggio è solo un’ossessione umana e, come tutte le ossessioni, sovrasta chi ne diventa schiavo. Ma dipendiamo tutti dalle parole, chi più chi meno, anche perché l’essere umano non può trattenersi: deve esprimersi, esplicare, defecare, esternare, vomitare, ingoiare, amare, odiare e soffrire. Deve, senza possibilità di scelta. E allora ecco a voi il linguaggio, con tutte le sue funzioni incredibili e assurde, a raccontare il dolore, la passione, la paura, il tormento, la rabbia, la soggezione, l’ansia, la gioia, la vita e la morte.

In preda a smania da comunicazione a senso unico, impariamo a supplicare l’altro senza avere risposte. Impariamo a urlare perché non si prova più dolore, o se ne prova troppo. Impariamo a odiare, per difendere una vita che neanche ci piace. Impariamo a piangere da soli, abituandoci all’assenza. Impariamo a gestire il rebound, il ritorno denso e frustrante del “No”. Impariamo a digerire la delusione e l’aspettativa. Facciamo prove generali di tutti i tipi, eppure quando la rottura arriva… arriva. E ti spezza le gambe. Ti frantuma il fegato. Ti ferma il cuore e sospende la respirazione. Sei tra due polmoni sincopati e non riesci a prenderne il ritmo. Sei fuori tempo, un’altra volta fuori tempo. E senti male ovunque: male alle gambe, al collo, alla testa, all’ultima vertebra destra partendo dal basso.

 

E allora te ne stai lì, con un vestitino nero anni Sessanta, e sembri una giapponese di porcellana con l’aria da sfollata cronica e un viso stanco, assente e scavato come l’autunno. E vai di fretta, troppo di fretta per capirci qualcosa, come se tu corressi in una stazione a caso per prendere il primo treno disponibile, in preda alla fuga disperata: numeri, arrivi, partenze, orario, biglietto, valigie, rumori, attesa, velocità, parole, voci, corse, luci, binari, ruote. Arriva il tuo: confusa, sali, ti siedi e guardi terrorizzata fuori dal vetro sporco di pioggia passata, di gocce incollate che se ne stanno lì, immobili come te. E ti ricordano il sale sugli scogli, quando l’acqua evapora. O gli esperimenti di chimica in terza superiore. Curiosa, entri negli sguardi della gente, senza scavare troppo, mentre il tuo treno scorre, scivola, rotola. E tu sei in attesa, mentre osservi fuori, nella notte, la velocità che si posa sui lampioni accesi e tutto il resto del buio. Poi chiudi gli occhi e inizi a respirare. Sola e composta, cercando un nuovo equilibrio. In punta di piedi sul mondo, con una borsa grandissima in cui decidi di mettere tutte le esperienze vissute, tutte le delusioni, tutte le frustrazioni, tutte spiegazioni, tutte le –oni del mondo. Come Mary Poppins, con quel suo portamento così strutturato, con quel suo equilibrio così rigoroso, con quel suo ombrello così… ombrello, mentre si dà quei colpetti sulle spalle a mandar via la polvere e i problemi, lei che vive tra stendardi ottocenteschi, pomelli d’ottone, giostre impazzite, bambini castigati, scatole di Ritalin, porno d’autore e angoli d’alabastro allo zenzero. Perché alla fine, in fondo, lo sappiamo da sempre che, anche se la vita ci prende costantemente a calci nel culo: “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giù, la pillola va giù… Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, e tutto brillerà di più”.

Romina Bicicchi

 

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