Almamegretta: intervista in chiave Dub

L’ultimo disco è stato un ritorno sulle scene salutato da tutti con grande successo. Grandi Dj e Producer provenienti da tutto il mondo hanno rimesso mano alle tracce del disco, trasformandole completamente ed in molti casi dando vita a nuovi brani veri e propri

Certo, remixare unicamente in chiave Dub un Cd già uscito da un po’ di tempo richiede tanto coraggio o, forse, la giusta dose di autostima. Sicuramente agli Alamamegretta non manca nessuna delle due (e questo vuole essere un grandissimo complimento). Il gruppo partenopeo ha, infatti, deciso di ripubblicare il disco “Enne Enne” in chiave completamente riarrangiata, avvalendosi della collaborazione di mostri sacri del Dub come Lees Scratch Perry e arrivando a remixare addirittura dei pezzi di Nino D’Angelo in chiave Jamaicana.
Ovviamente non potevamo perdere l’occasione di far loro qualche domanda.

 

Quando avete capito che “EnneEnne” si sarebbe prestato perfettamente ad un disco Dub?

Già quando stavamo mixando l’album con Adrian Sherwood, che ci ha regalato un paio di dub version; ci è apparso chiaro che i brani del disco erano particolarmente adatti a delle reinterpretazioni che avrebbero fatto emergere altre dimensioni rispetto agli originali.

 

A Napoli, come a Roma, i gruppi che propongono musica in dialetto hanno un forte riscontro di pubblico. Voi siete però fra i pochi che si sono riusciti ad affermare a livello nazionale. Secondo voi cosa vi ha aiutato di più a superare le barriere (se così le vogliamo chiamare) del dialetto?

Fin dall’inizio abbiamo sempre cercato di creare un sound riconoscibile, frutto degli ingredienti musicali che avevamo in mente e nel cuore. Ed essere riusciti a centrare questo obiettivo ci ha consentito di rivolgerci anche a chi non ha mai masticato l’idioma napoletano. In più la lingua napoletana ha un suono che si amalgama perfettamente con il nostro habitat sonoro. La sua musicalità poetica aiuta molto a trasmettere emozioni forti, al di là della comprensione letterale del testo. Proprio per questo noi consideriamo la voce come uno strumento, che contribuisce in maniera decisiva all’identificazione inequivocabile del nostro sound.

 

Domanda secca: ma quanto è bello lavorare con Lee Scratch Perry?

Lee Perry è unico, con la sua lucida follia ha impresso delle svolte radicali nel Reggae e in tutta la musica moderna. Per cui quando ti trovi al suo cospetto è come se comunicassi con una dimensione aliena e imprevedibile. Non sai mai cosa può succedere e cosa aspettarti. Quindi per qualsiasi artista non c’è niente di più stimolante e divertente che collaborare con lui.

 

Altra domanda secca: ma quanto è fico poter dire di aver riarrangiato in chiave Dub un testo di Nino D’angelo?

È un progetto che avevamo in mente da un po’ di tempo, sia per quello che ha significato Nino D’Angelo a Napoli e non solo, sia per la particolare bellezza della canzone (“Ciucculatina d’a Ferrovia”). Ma non l’abbiamo fatto certo per dirlo in giro o per vantarcene. È stata solo una nostra necessità.

 

Negli anni avete sperimentato tantissimo con i vari generi musicali. Il Dub per voi è un altro esperimento o credete che possa essere la sintesi perfetta del vostro sound?

Il Dub è stato il nostro lessico fin dalle origini del nostro percorso. Si adatta in maniera perfetta alla nostra sensibilità musicale, per la sua carica di psichedelia e mistero, e quindi è sicuramente la sintesi perfetta del nostro discorso musicale.

 

Se poteste riarrangiare qualsiasi canzone italiana con un qualsiasi altro sound su cosa cadrebbe la vostra scelta?

Mah, è molto difficile sceglierne una, così su due piedi. Ce ne sono parecchie che si potrebbero riarrangiare. Una delle prime che mi viene in mente è “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti.

 

Federica Dell’Isola

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