Against Agosto

Perché l'ottavo è il mese dell'odio

.«Odio l’estate
tornerà un altro inverno
cadranno mille petali di rose
la neve coprirà tutte le cose».
Bruno Martino, “Odio l’estate”

 

L’ottavo mese dell’anno è il più angusto, indisposto e scomposto: è il mese più agosto di tutti. Detto anche «il mese dell’odio», dai Vangeli apocrifi alla storia ufficiale, sono ben noti i grandi personaggi che hanno detestato questo mese: da Giulio Cesare a Sartre, da Platone a Gödel, da Leopardi a Napoleone, nessuno, con un po’ di sale in zucca e un certo buongusto aristocratico, ha mai amato agosto e le sue ciabatte di gomma colorate.
Agosto, parlo di te, perché tu mi offendi. Mi offendono le tue vacanze nazional-popolari ma pagate da piccolo borghese. Mi offende la tua crudele malinconia calda e sudaticcia. Mi offendono i tuoi turisti ignoranti e voraci. Agosto, tu sei il mese più solo, più vuoto, più giallo e borioso di tutti. Tu sei il mese più desolato e tracotante, perché fai finire un anno. Ricredetevi sul primo di gennaio: Capodanno arriva il primo di settembre. Nella classifica dei mesi più brutti, dopo di te metterei solo la fine di dicembre e la fine di febbraio, “Brebbraio”, ma questa è un’altra storia.
Agosto, tu mi offendi. Tu non sei il mese delle ferie, del relax, del dolce far niente, no: tu sei il mese dell’attesa. Inquieta, arrabbiata, frettolosa, sorniona, bollente e infinita. Ognuno aspetta il proprio turno, tra una moltitudine di altri astanti, itineranti o stanziali. Si attende l’inizio della vacanza. Si attende il rientro al lavoro. Si attende che passi il mese, il caldo, l’arrotino o il “cocco bello” sulla spiaggia. E come si attende una qualsiasi cosa? Spesso, si attende in fila: paroletta corta che apre lunghe e profondissime voragini di malessere senza riserve.
La fila, infinita, singolare e femminile, è pronta a divorarti. Una fila di soldati, una fila di atleti, di alunni, di prigionieri, di sedie, di tavoli, di macchine, di lampioni, di alberi, di denti, di navi, di elogi, di domande, di disgrazie, e di bestemmie. Interminabili e antipatiche le file. Gli elenchi invece, così baldanzosi e austeri, mi piacciono molto di più.
Mettersi, schierarsi, tenere, rimanere e camminare in fila. Serrare, stringere le fila. Fare la fila, incondizionatamente. Dietro uno sportello, per entrare in un locale, per arrivare in spiaggia, per cenare in un “ristorantino”, per salire sull’aereo, per scendere dall’aereo, alla cassa del supermercato, in banca o in comune, per salire sul traghetto, alle Scuderie del Quirinale, all’ospedale, in gelateria, per il parcheggio in spiaggia, in autostrada, per andare in bagno in Autogrill, per prendere un caffè in Autogrill, per arrivare all’Autogrill, ma vaffanculo all’Autogrill.
La fila non andrebbe mai fatta, dovrebbe sempre esserci un signor qualcuno estremamente gentile (o estremamente pagato) che si mette in fila per te. Io decido sempre di non farla, anche se scorre. Perché tanto quella accanto scorre sempre più veloce della mia. Quanto tempo hai passato in fila? “Mettetevi in fila per due”, così è cominciata la tua vita civile e organizzata. Avevi sei anni, un grembiule orrendo e facevi la prima elementare. Se ti andava bene, eri tra le prime coppie, con la cocca della maestra; se buttava male, eri l’ultima, senza una compagno perché la classe era dispari.

Se poi avete la fortuna di non conoscere agosto, potete immaginarvelo come un enorme vulcano spento sotto un sole da deserto ore dodici, come un signore alto e ingombrante in apparenza più dimesso e introverso di luglio, come una giornata densa di grilli iperattivi, mosche violente, erba secca scricchiolante, e scenari alla Sergio Leone, carichi di colori aridi e bruciati. Nessuna atmosfera lynchiana notturna e sofisticata in agosto, nessuna “Lost Highway” a cui aspirare, ma asfalto rovente in una New Orleans appiccicosa che cerca refrigerio nelle sue paludi.
Sotto un cielo afoso e confuso, i teatranti che salgono sul palco di agosto decidono quasi sempre di lasciare educazione, gentilezza e carisma a casa. E qui nasce il teatro dell’orrore dei sensi: enormi pance sudate dei primi attori, glutei informi e tricipiti sciabordanti delle protagoniste femminili, abbronzature ricche e bruciate stile Costa Smeralda, cicce penzolanti di tutte le forme, lonze e costate, orde di pelurie incolte che lottano per uscire dagli slip troppo stretti, smagliature come strisce pedonali, vulve imponenti, riga delle chiappe in bella vista, pettorali maschili in fase di post-allattamento e palle flaccide a ciondolare allegramente come le mammelle di una vacca tirolese.
Fragranze appiccicose e consumate dal sole, profumo d’erba tagliata e di creme solari al cocco, zanfate d’ascella aggressiva che ricordano un misto tra l’italianissimo “ragù bolognese”, un deodorante scadente e l’acido muriatico. Gradevoli olezzi di piedi lavati da tre giorni (se va bene), la polvere ovunque, la spugna dell’asciugamano, la sabbia ruvida tra le dita e il sudore di tutte le qualità: contenuto, grondante, quasi asciutto, umidiccio, gocciolante, evaporato, e d’annata.
Toni di voce che vanno dal sommesso di una sveltina pre-uscita alle urla del genitore arrancante con un figlio iperattivo, dalle chiacchiere a tutto volume delle cene tra amici a quel rompipalle di Ligabue che è uscito con l’ultimo singolo, dalle lamentele della moglie frustrata alle risposte secche e annoiate del marito pronto a scappare per comprare centinaia di stecche di sigarette per non tornare mai più: agosto ha un copione di battute già scritto che si ripropone ogni anno, come fosse un cinepanettone. Ora, io dico… ma oltre a spender soldi (e tanti) per affittare ridenti appartamenti marittimi in ridenti condomini marittimi di ridenti cittadine marittime, per poi odiarsi tra sabbia, sudore e zanzare, sapete che ci sono anche altre alternative, più economiche e socialmente utili da prendere in considerazione per il periodo estivo? Che so, il suicidio di massa, per esempio.

Io la spiaggia la capisco, anche se non la frequento, ma la “nudità” e l’abbronzatura proprio no. Tutti nudi su un lembo di terra bagnata a crepare di caldo per arrivare primi alla gara della sera in pizzeria “a chi è più abbronzato”. Perché? Credete davvero di essere più attraenti con rughe marcate, segni bianchi del costume, capelli bruciati e pelle arida? Perché invece non indossate un costume anni Cinquanta, una camicia ampia, dei veli morbidi, dei vestiti freschi in stile vedo-non-vedo, o se vi dona, anche un tendone nero da circo? A me piacerebbe vedere di nuovo le spiagge piene di signori anni Quaranta, con i baffi lunghi, i costumi interi o quelle mise coloniali affascinanti, e le signore con grandi cappelli, tuniche e costumi a coprire buona parte del corpo.
Perché sono costretta a vedere le chiappe svigorite o i seni vuoti come un sacchetto della Coop della signora accanto a me? Non mi va, abbiate pazienza. Perché devo vedere un ragazzo che si sciacqua “tra palle e culo” nella doccia sulla spiaggia, ravanandosi (da ravanare: rovistare creando disordine, non curandosi del disturbo che si arreca agli altri) arditamente nei boxer senza fare una piega mentre io lo fisso? Vi prego, c’è bisogno di rispetto e pudore, soprattutto quando una società scivola nell’esibizionismo più sfrenato.
In ogni caso, io vivo nella ridente-decadente-malvivente Versilia, quindi almeno una volta durante l’estate scendo in spiaggia, trovo un posticino in quella che sembra una scatoletta di sardine sott’olio munite di ombrellone, sdraio e telo da mare e mi dispongo tra le altre sardine, zitta zitta e stretta stretta. A tenermi compagnia culturale il libro più sbagliato che potessi leggere e rileggere durante le vacanze: tutte le opere di Camus, nel tomo denso e compatto come una mozzarella di bufala firmato Bompiani. Se ho una dote, è proprio quella del “c’azzecco sempre”. Albertino, dal canto suo, mi dice: «Tutto è semplice, sono gli uomini a complicare le cose, non ci vengano a raccontare storie! […] Intorno a me un milione di esseri che fino allora erano vissuti senza che nulla della loro esistenza trapelasse fino a me. Vivevano».
Ed è proprio così, cari miei, esistenzialismo tout court: «l’inferno sono gli altri», come diceva Sartre. L’inferno siete voi, con mini costumi su chili di troppo, con la vostra abbronzatura unta e smaniosa, con il vostro vociare insolente a cui fa eco quello dei vostri bambini incivili, con la vostra voglia di protagonismo mentre ballate le hit dell’estate.
L’inferno è agosto, sempre più crudo, sempre più giallo, sempre più morboso e delirante. Ma, anche quest’anno, agosto finirà. Perché finisce tutto. Un libro, il latte, il sapone, le risate, la carta igienica, il dentifricio, un amore, il caffè, un’amicizia, la crema abbronzante, un pianto e pure il wc net. E allora dovrai finire anche tu, agosto di merda.
Perché finisce tutto, perfino l’ottavo mese, quello dell’odio, il più agosto di tutti.

 

Romina Bicicchi

 

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