A.A.A. Memorie in vendita

Il futuristico traffico della memoria annullerebbe il monito dei nostri ricordi e della realtà dell'esistenza?

È in questi giorni nelle sale italiane il film di Lem WisemanTotal Recall“, remake dell’omonimo capolavoro di fantascienza del 1990, firmato Paul Verhoeven.

Sorvolando pietosamente sull’ormai radicata abitudine hollywoodiana di riciclare, raschiare il fondo del barile, riproporre fino all’estenuazione idee di decenni addietro, qualche parola la vorrei spendere sul film originale, e soprattutto sull’autore dal quale questa fu tratta: Philip K. Dick.

 

In Total Recall del ’90 (in Italia “Atto di forza“) vedevamo un Arnold Schwarznegger, non ancora appagato dai trionfi politici, nei panni di Douglas Quaid: cittadino comune che, ossessionato dall’idea di recarsi su Marte, e impossibilitato dai costi -è il caso di dirlo- astronomici del viaggio, decide di affidarsi ad un’agenzia che si occupa di impiantare falsi ricordi nella mente dei propri clienti. Durante l’operazione viene fuori che già qualcuno, prima d’allora, s’era divertito a pasticciare con la mente e le memorie di Quaid, e che con tutta probabilità Schwarzy su Marte c’era già stato.

Nel film tutto questo è solo la premessa a un susseguirsi adrenalinico di azione e avventure, anche galanti, ambientate sul pianeta rosso; nell’opera di Philip K. Dick dal quale questo è tratto, invece, rappresenta un po’ il nodo tematico di tutta la vicenda (da noi il racconto è stato tradotto “Memorie in vendita“, o anche “Ricordiamo per Voi!“).

È possibile impiantare un ricordo, e agire sulla mente umana come se poi tale innesto fosse indistinguibile dal materiale mnemonico reale?

È il grande interrogativo di Dick, autore che fonda tutta la propria opera sulla perenne confusione tra realtà e finzione; o meglio, tra realtà autentica e irrealtà artificiale.

Ipotizzando che qualcuno ci abbia innestato memorie artificiali, come potremmo esser sicuri di ciò che siamo? E, a parte il vantaggio di viaggi-vacanze da godersi senza spostarsi da casa, cosa implicherebbe l’esistenza di una tecnologia simile?

 

Potrebbe non passare troppo tempo prima di trovarsi a dover rispondere a questi interrogativi; quando Philip K. Dick scriveva -potere profetico della fantascienza!- la neurobiologia della memoria non aveva ancora le “certezze” attuali, e come funzionasse quel misterioso database interno che ci archivia i ricordi era (e in gran parte lo è ancora) un’incognita.

Oggi, per esempio, si sa che la funzione mnemonica è gestita da specifiche zone fisiche del cervello: il cosiddetto ippocampo, situato nella zona mediale dei lobi temporali… che poi, quando ci piglia l’Alzheimer, è una delle prime regioni cerebrali ad andare in malora.

Ma il primo caso di interferenze artificiali nella memoria era già stato registrato nel ’57 dalla dottoressa Brenda Miller, neuroscienziata di Montreal: ad un paziente, conosciuto come H. M. (e non si tratta del fondatore della nota catena d’abbigliamento), vennero sezionati i lobi temporali per controllarne le gravi crisi epilettiche. L’epilessia retrocedette, ma la memoria del poveretto andò a farsi friggere anch’essa.

 

Insomma, ci si può aspettare un futuro in cui ognuno interviene sul proprio ‘ippocampo’ come più gli aggrada? In cui ognuno si sceglie e si costruisce le memorie che preferisce? Certamente la tecnologia ce lo permetterà; ma se i brutti ricordi, a volte, funzionano da monito e da deterrente, non è che ne avremmo a perderci?

Un filosofo cinese del III sec. a.C. chiamato Zhuāngzǐ racconta un famosissimo aneddoto: una notte, dormendo profondamente, sognava di essere una farfalla che volava senza pensieri; poi, svegliatosi, ebbe un dubbio: era davvero sicuro di essere se stesso che aveva appena sognato di essere una farfalla? Oppure, era realmente una farfalla, ed ora stava sognando di essere un uomo appena sveglio.

Ecco il mondo di Philip Dick; io, nel dubbio, mi sarei fatto un bicchierino e sarei tornato a dormire.

Dario Marcucci

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